di Nicola Campogrande
«Ma
tu sei uno di loro!» mi dice il mio amico Guido. E così la
mia opinione sull’argomento (“Hélène Grimaud
è una personalità scissa?”) viene liquidata in modo
drastico. D’altra parte, come può un musicista valutare un
altro musicista? Come può lui, che è già probabilmente
un po’ schizofrenico, rendersi conto di quanto un altro esemplare
della specie, se osservato dal di fuori, dagli “altri”, sembri
collocarsi oltre la “normalità”?
Ci ho riflettuto, e, al di là della risposta, questo essere “uno
di loro” mi è sembrato interessante. Non tanto nell’accezione
di Guido, legata a quel certo romanticismo con il quale anche le persone
più colte guardano di norma al fatto musicale – «i
musicisti in fondo sono tutti dei piccoli Beethoven, spettinati, irregolari,
strambi…» Mi è sembrato interessante perché
la prassi musicale attiva, quella legata alla sala da concerto e al teatro
d’opera, traccia davvero un confine all’interno di un mondo
nel quale, giorno dopo giorno, le barriere sembrano scivolare via.
Lo sapete: complici la tecnologia e la dimensione apparente della nostra
vita, oggi ci si può esprimere in molti àmbiti senza realmente
essere “uno di loro”. Penso alla letteratura, naturalmente
(che cosa ci vuole per “diventare scrittore”?); penso alle
arti figurative, dove la valutazione del fatto artigianale è spesso
impossibile; penso al cinema fatto in casa, quello tecnologicamente assistito,
con il quale ci si può allegramente cimentare senza la minima perizia
filmica; e penso ovviamente alla musica realizzata con la complicità
delle macchine, dove si può fingere di comporre o di suonare assemblando
tasselli graziosamente messi a disposizione da software compiacenti.
Questa “libertà di creare”, questo divertimento tecnologico,
ha del meraviglioso, e talvolta sortisce esiti memorabili. Praticarla,
però, non ci trasforma in “uno di loro”. E allora mi
viene in mente che il palcoscenico della sala da concerto è davvero,
più di altri, un luogo di verità. Non tanto perché
ci mette in comunicazione con l’assoluto (chi può dirlo?),
quanto perché lì un uomo, una donna, si mettono a nudo,
concerto dopo concerto. O sai scrivere, suonare, cantare, dirigere; oppure
quello non è il tuo posto. Esattamente come capita in una sala
operatoria, nella cucina di un ristorante, in una cabina di pilotaggio,
nella bottega di un orafo: o il mestiere lo conosci, e tanto bene da praticarlo
mettendoti in gioco ogni giorno, oppure no, nonostante la tecnologia,
nonostante l’apparenza, non sei “uno di loro”.
E forse, a ben pensarci, l’assoluto che cerchiamo nelle sale da
concerto ha a che fare con questo, con la profonda, talvolta impietosa
verità della quale si fanno portatori i musicisti: la verità
del loro mestiere strano, dove non si può ingannare nessuno, dove
ogni sera si devono riunire una buona dose di talento e un artigianato
sopraffino, dove il professionismo al massimo livello deve ogni volta
– ogni volta – sposare l’intuizione, la scintilla, la
forza della comunicazione.
Vi sembra banale ricordarlo? A me no. Al contrario: nel mondo spettacoloso
nel quale ci aggiriamo, renderci conto dell’eccezionalità
di un concerto mi sembra importante, persino doveroso. Soprattutto se
non si è “uno di loro”.