associazione sistema musica


Torna all'indice dei contenuti

LETTERE AL DIRETTORE

18 novembre 2007
Gentile Nicola Campogrande, come non convivere la sua espressione circa il sapere delle orecchie, acquisito ascoltando e riascoltando musica. Personalmente non suono nessun tipo di strumento, per me la musica è puro ascolto che mi ha permesso nel tempo di compiere un lungo viaggio attraverso le varie forme musicali. Come conseguenza ho deciso di frequentare corsi di tango argentino scoprendo giorno per giorno la grande ricchezza di questa musica; si pensi a quante critiche è stata sottoposta la musica di Piazzola e Gardel, considerata fino a poco tempo fa musica di serie B; ora è diventata prassi comune eseguirla anche con strumenti ad arco in luoghi di solito preposti ad accogliere musica cosiddetta colta. Settori significativi della nostra società interrogati sulla crisi del nostro vivere, sottolineano spesso la mancanza del mettersi in ascolto; ecco, il sapere delle orecchie non è altro che un modo di mettersi in ascolto (senza preconcetto alcuno), che deve però avere una conoscenza di fondo, pena un'involuzione dello stesso.
Grazie. Adriano Braido

16 ottobre 2007
Gentile Nicola Campogrande,
quale piacere nel sentirmi così affine a lei per quello che scrive nell’editoriale di ottobre! Non ho altre parole da aggiungere, se non condividere appieno, ma mi rammarico solo che nessuno di coloro ai quali le sue parole sono indirizzate le leggerà mai. Per parte mia, cerco di evitare i locali che impongono certi strazi, ma è sempre più difficile trovare luoghi che non siano acusticamente inquinati; e far notare che abbiamo diritto a non essere aggrediti da suoni importuni è molto difficile. Nella mia modesta realtà mi appago di far parte di un coro locale di musica polifonica, e di frequentare come ascoltatore le sale da concerto, e per il resto del mio tempo libero di essere il più possibile in luoghi distanti dal "bailamme" e dalla maleducazione di certi nostri compagni di vita in questo mondo così maltrattato.
Cordialmente, Alberto Barbera

23 maggio 2007
Gentile Nicola Campogrande,
ho letto l'editoriale di maggio e mi è venuta voglia di replicare con qualche considerazione personale.

Ricordo ancora perfettamente che uno dei primi approcci che ebbi con l'ascolto della musica solo strumentale (ovviamente, se ci sono delle parole di mezzo è tutta un'altra storia) di tradizione classica quando andavo a scuola fu proprio con la musica a programma. Mi insegnarono che nelle Stagioni di Vivaldi c'erano il pastore, il cane, i cacciatori e gli uccelli, che nella Sesta sinfonia di Beethoven c'era un bel temporale con lampi e tuoni, nella Mia patria di Smetana un fiume che scorreva e così via. E nella musica non a programma? Quello che potevo metterci con l'immaginazione... o forse che dovevo metterci con l'immaginazione? Chissà... Allora questo modo di porsi nei confronti della musica mi sembrava abbastanza convincente, anche se non avevo visto il film Fantasia, tuttavia non ebbi il tempo per rifletterci più di tanto, perché si sa che ufficialmente il corso di musica nella scuola italiana dura fino alla terza media, e il mio interesse per quella musica per motivi diversi cominciò ad affievolirsi.

Passarono degli anni, circa una decina, e quello che era rimasto un interesse latente esplose di nuovo. Partendo da altri presupposti cominciai a riappassionarmi a quel tipo di musica, e di lì a poco anche praticarla, cantando in un coro amatoriale. Soprattutto cominciai con un entusiasmo rinnovato a frequentare i luoghi dove si faceva musica. Ormai, però, l'ascolto della musica era diventato qualcosa di diverso dai tempi della scuola. Passi per la musica vocale, perché ormai ci stavo dentro, passi per l'opera, che giustamente prevede una componente scenica... ma la musica strumentale? Ne ascoltavo tanta dalla radio, dalla mia discoteca privata, andavo a cercarmela dal vivo, e in ogni caso mi rendevo conto del cambiamento più evidente, che a dire il vero un po' mi preoccupava. Cosa succedeva e succede tuttora nella mia testa quando ascolto musica? Cosa "vedo", se proprio devo "vedere" qualcosa? Nient'altro che i musicisti, gli strumenti che tengono fra le mani e quello che fanno per tirar fuori da corde, casse armoniche, più o meno complicati marchingegni di ottone, di altri metalli o di legno, quel materiale impalpabile che è capace di scatenare delle emozioni incredibili.

Insomma, dopo aver passato ormai molto tempo a domandarmi se per caso non fossi malata, io che non riesco più a crearmi un film mentale quando ascolto musica, ma in compenso posso restare in contemplazione per ore davanti alle vetrine dei negozi o dei musei di strumenti musicali oppure perfino solo davanti alle foto e ai quadri che ritraggono gente che suona, mi sono imbattuta in quell'editoriale. Ovvio che lo condivido, ma con una piccola obiezione perché invece qualcosa da guardare c'è lo stesso: i musicisti che suonano. Ma perché andare a cercare delle immagini da accoppiare alla musica? Non è già uno spettacolo quello che ho appena descritto? Anzi, nella sala da concerto assistiamo addirittura a qualcosa che ha del miracoloso. Andare a un concerto è trovarsi davanti il risultato di una simbiosi perfetta fra spirito e materia e oltre tutto sapere che ci sono persone che di tutto questo fanno la loro ragione di vita e a volte nemmeno si rendono conto di quanto ci sia di prodigioso. E farlo capire a chi ascolta? Questo è ancora più difficile, forse perché siamo davvero troppo abituati a sentirci propinare musica perfino quando non la vorremmo e ci pare tutto troppo scontato. Chissà che il segreto non sia davvero cercare di andare ai concerti tentando di continuare ad avvertire un senso di meraviglia per quello che ci accade davanti, dando il giusto valore a questo tipo di spettacolo e senza sentire la necessità di aggiungere altro a quello che vediamo.
Grazie per l'attenzione e a presto!
Laura

17 aprile 2007
"Assenze...ingiustificate"
Lo scorso 19 marzo ha avuto luogo a Torino un convegno il cui titolo, Note… sul registro, era accompagnato da un sottotitolo chiarificatore dell'argomento trattato, ma ancor più del taglio che a tale argomento si voleva dare: Cultura musicale a scuola: la grande assente. Peccato però che la grande assente al convegno sia stata proprio la scuola, o meglio quella rappresentanza di docenti che quotidianamente provocano quello stimolo iniziale, fatto di concreta pratica e di emotivo coinvolgimento, che a tale cultura gradualmente conduce. Solo nell'ultima parte del convegno hanno avuto la parola dei docenti, ciascuno dei quali ha potuto presentare una relazione di un proprio progetto scolastico (progetti per altro prevalentemente rivolti ai licei). Mancava totalmente la rappresentanza dei segmenti scolastici precedenti: dell'infanzia, della primaria e della secondaria di primo grado.

Si impongono a questo punto alcune considerazioni.

Sono passati quasi trent'anni dalla riforma dei programmi ministeriali dell'educazione musicale nella scuola italiana, in cui si sanciva che l'approccio metodologico non doveva essere quello dell’acculturazione, bensì quello, assai più produttivo, dell'appropriazione del linguaggio musicale nella sua globalità, nella duplice direzione dell'ascolto e della produzione, senza alcun pregiudizio riguardante il genere musicale trattato, come ha ben ricordato il prof. Giuseppe Grazioso nel corso del suo intervento. Eppure nel dibattito ancora traspariva la concezione di una cultura come bagaglio di conoscenze da trasmettere, dai detentori ai fruitori, senza troppa considerazione della molteplicità dei linguaggi musicali esistenti, ma soprattutto senza la necessaria attenzione al fondamentale processo di apprendimento precedente, in cui i bambini prima e i ragazzi poi devono avere la possibilità di esplorare, manipolare, agire liberamente sul suono musicale, per poi poterlo gradualmente interiorizzare come linguaggio arrivando così, da adulti, ad apprezzarlo con matura consapevolezza. È significativo che un gruppo di studenti liceali presenti in sala si sia risentito di quest'impostazione, stupendosi di non trovare alcun riferimento alla cultura musicale da loro esperita. Ancora una volta un dialogo difficile tra entità lontane anni luce.

Viviamo in una città che, al contrario del panorama un pò sconfortante tracciato nella giornata in questione, risulta estremamente viva e creativa nell'ambito della didattica musicale. È ormai raro, infatti, trovare una scuola del tutto priva di progetti e laboratori musicali. La maggior parte degli istituti, al contrario, prevede nei propri POF attività di laboratorio o di coro o di orchestra. Chi scrive conosce la realtà della scuola primaria e secondaria locale: molti i cori scolastici (qualche anno fa una decina di formazioni vocali delle scuole elementari hanno riempito l'Auditorium del Lingotto in occasione della rassegna di Natale), numerosi i laboratori di educazione al suono e alla musica attivi da più di un decennio presso le scuole primarie ed affidati ad associazioni ed esperti musicali assai qualificati e competenti (Cantascuola, Centro Goitre, Daltrocanto, Musikè, Secem, Muse, Laboratorio Musicale "Il trillo" e non ultima l'attività di formazione e tirocinio dei docenti operata dalla Scuola di Didattica della Musica del Conservatorio "Giuseppe Verdi" di Torino), diverse - ma mai abbastanza, se paragonate ai numeri del resto d'Italia - le scuole medie ad indirizzo musicale (passate nell'ultimo biennio da cinque a ventuno). Senza contare i progetti più disparati che, ciascuno a suo modo, esplorano i diversi ambiti di cui si compone l'intervento musicale, con specificità naturalmente differenti da quelle dei Conservatori, la cui finalità resta la formazione artistica a livello professionale.
È doveroso riconoscere che in questi anni a Torino il sostegno alla musica non è mancato: dodici anni fa è stata l’Amministrazione cittadina che non solo ha patrocinato, ma concretamente finanziato l'avvio dei progetti in alcune scuole elementari; da circa otto anni la rassegna "Voci in coro" al Piccolo Regio è diventata un appuntamento stabile; come non ricordare poi il prezioso e concreto impegno profuso negli ultimi due anni dalla Città di Torino (Assessorato alla Cultura – Fiorenzo Alfieri; V Commissione Cultura – Paola Monaci; Assessorato alle Risorse Educative – Adriana Bevione; Assessorato all'Istruzione – Santina Vinciguerra), dalla Provincia di Torino (Commissione Cultura – Antonella Griffa) e dalla Regione Piemonte (Assessorato alla Formazione – Gianna Pentenero, VI Commissione Cultura – Paola Pozzi) a favore dell'incremento del numero delle scuole medie ad indirizzo musicale del territorio, fino al 2005 incredibilmente ridotto (anche in questa ottica vogliamo leggere l’intervento al convegno del neo Direttore Generale dell'Ufficio Scolastico Regionale per il Piemonte, dott. Francesco de Sanctis, in cui confidiamo per quanto concerne la continuità con il prezioso operato del suo predecessore, dott.ssa Anna Maria Dominici).

La cosa che più ci ha sorpreso e amareggiato del convegno è che tutto questo fermento non fosse in alcun modo conosciuto. La giornata avrebbe potuto essere un interessante momento di incontro e confronto tra le varie esperienze didattiche finora messe in gioco sul territorio. Sarebbe certamente stato assai più produttivo sostenere e pianificare una solidale e feconda sinergia fra le forze didattiche operanti e gli enti e le istituzioni locali. Da questo punto di vista è stata un’occasione sprecata.

Coloro che scrivono, persone che la didattica musicale la esercitano ogni giorno, erano intervenuti con la speranza di poter cogliere stimoli nuovi e di percepire una consapevolezza comune di quanto appena esposto, con un pizzico di orgoglio per ciò che stanno facendo da tempo. Evidentemente senza alcun riconoscimento, se non da parte dei bambini e dei ragazzi, che - per il momento - forse ignorano l’esistenza di Beethoven e Brahms, ma grazie al cielo suonano, cantano, fanno ritmo, producono ed esplorano con gioia la musica. Sicuramente un riconoscimento arriva dalle famiglie, a giudicare dall’incremento delle iscrizioni raccolte in scuole in cui l’attività musicale è consistente e strutturata. A tal riguardo non possiamo non citare il numero di iscrizioni raccolte per le sole sezioni ad indirizzo musicale delle scuole secondarie di primo grado di Torino e provincia che, anche quest'anno, hanno inviato al CSA richiesta di attivazione del corso: complessivamente, tra scuole già attivate e nuove scuole richiedenti, sono ben 1.559 le famiglie che attendono una risposta.

In ultimo, ci rendiamo perfettamente conto che la nostra attività “di base” deve trovare una continuità con un percorso più “alto”, in cui la musica sublimi in cultura e non si esaurisca nella prospettiva immediata dell’esplorazione sonora. E l’assenza di questo orizzonte, lamentata al congresso, è un problema reale, che a sua volta non si può risolvere con interventi confinati alla dimensione del progetto a termine. Ma se un giorno, come tutti auspichiamo, le sale da concerto torneranno ad essere gremite di giovani (miracolo che sembra già cominciare ad avverarsi), sarà perché intervenendo con la musica sui più piccoli si sarà stimolata la curiosità, creato il bisogno della musica vera: e allora i liceali potranno accettare che gli si parli di Monteverdi e Mozart (e magari di Battisti e Jarrett), intuendone attivamente – e non passivamente apprendendone – la grandezza, perché la musica da tempo sarà diventata un linguaggio a loro familiare, facente parte del loro stare al mondo.

È necessario coordinare queste istanze e istituzionalizzarne l'insegnamento, al fine di non rendere vano il senso della nostra comune missione.

prof. Marco Cordiano
prof.ssa Paola De Faveri
Coordinamento provinciale per lo Strumento Musicale:
prof.ssa Francesca Landoni
prof. Paolo Devecchi

28 marzo 2007
Egregio signor Nicola Campogrande, ricevo regolarmente ormai da diversi anni la rivista "Sistema Musica", che trovo interessantissima e molto utile! Grazie! Ho letto sul numero di aprile che era presente anche la versione internet e quindi sono venuta a curiosare. Non ho trovato il blog di cui si parla nell'editoriale!! Sono una musicista dilettante, e organizzo uscite a concerti e all'opera per gruppi di persone che, abitando in provincia, non riuscirebbero da soli a frequentare le sale da concerto. La sua rivista, quindi, mi aiuta a preparare il gruppo all'ascolto e alla visione delle scene nel caso in cui lo spettacolo sia un'opera lirica. Devo dire che avevo apprezzato moltissimo (e non solo io!), i suoi interventi in occasione dei concerti con ascolto guidato e anche le didascalie che comparivano durante l'esecuzione! Come mai questa bellissima iniziativa non ha avuto un seguito? Per quanto riguarda l'editoriale di febbraio, in cui lei suggerisce di terminare i concerti con un canto corale del pubblico, beh, sarebbe proprio bello, perché cantare insieme aiuta a socializzare! Speriamo poi che la maleducazione di quelle persone che si catapultano verso le uscite, ancor prima che l'orchestra finisca di suonare, smettano di farlo! Che dire altro? Grazie per tutto quello che fate in nome della musica!
Marina Malaguti

Gentile lettrice,
il blog è stato inserito sul nostro sito il primo aprile, come promesso. Lo trova sulla homepage. Grazie per l'appassionata mail e buon ascolto.
Nicola Campogrande

8 marzo 2007
Caro Nicola Campogrande,
non sono una musicista, mi piace la musica e ne ascolto quanto più posso, la confidenza mi viene dal fatto che, sentendo la sua voce su Radiotre Suite e vedendo il suo volto su "Sistema Musica", mi sembra quasi di conoscerla. Leggo con interesse le sue proposte e riflessioni e aderisco pienamente a quella che lei espone nell'editoriale del mese di febbraio dove propone di intonare un canto a fine concerto come per prolungare il piacere dell'ascolto condiviso e per esprimere una partecipazione attiva rispetto a quella dell'ascolto a volte passivo. Mi è molto piaciuta l'idea e le confesso che, andando a concerto ultimamente, ho provato a immaginare questa realtà e a pensare come certe "madame" torinesi avrebbero accolto la novità. Perché non dà corpo (spero l'abbia fatto) alla sua proposta e prepara un primo canto piccolo e orecchiabile, come dice lei, che tutti possano cantare, senza passaggi difficili, adatto al pubblico eterogeneo e magari lo intona proprio lei? Sono abbonata ai concerti del Lingotto, spero di vedere realizzata presto la sua proposta ma vorrei essere presente in qualunque sala lei introdurrà questa innovazione. Grazie per l'accoglienza. Cordialmente.
Maria Rosa Rosato



6 marzo 2007
Gentile signor Campogrande,
ho letto l'editoriale su "SistemaMusica" di febbraio e penso che la sua sia veramente una bella e divertente idea. Un canto in coro dopo lo spettacolo: che emozione! Come diventare tutti insieme artisti, rendendo anche un po' meno solenne e più amichevole il teatro. Certo spero che chi penserà al repertorio tenga conto di persone come me che si accostano con passione ( e un po' di timore) alla grande musica, non sapendone nulla. E, quindi, davvero canti piccolissimi e orecchiabili! A proposito di coro, posso raccontare un'esperienza piccola ma di grande coinvolgimento. Lavoro all'Agenzia delle Entrate e lo scorso anno, insieme a un gruppo di miei colleghi, abbiamo deciso di formare un coro e di esibirci in occasione della raccolta di fondi per Telethon. Si è formato un coro, anzi "Fiscorum", di cinquanta persone, tutte prive di esperienza musicale, ma assolutamente decise a tentare questa avventura. Grazie a una brava e pazientissima maestra, siamo riusciti a presentare un dignitoso repertorio di canti natalizi e popolari. Abbiamo anche composto, riadattando una vecchia canzone, una specie di inno, Il Fisco è, grazie al quale, con un po' di ironia, presentiamo il nostro lavoro («il fisco anche amico è...»). Grande successo di pubblico e di raccolta fondi ma soprattutto una serata indimenticabile per tutti noi per l'emozione che ci ha fatto vivere tutti insieme. E chi ci ha ascoltato ha pensato che il fisco può avere persino un volto umano... Cordiali saluti.
Micaela Trucco



5 marzo 2007

Gentile Nicola Campogrande,
mi è piaciuto moltissimo il suo articolo su "Sistema Musica" e questa sera ho apprezzato molto la sua trasmissione di Radiotre Suite sulla musica corale. Da corista trentennale plaudo ai buoni propositi ministeriali, anche se da cittadina un po' disillusa delle riforme scolastiche temo che un'idea così intelligente difficilmente verrà attuata. Ho cantato nei Piccoli Cantori divertendomi da ragazzina; ho cantato a vent'anni nella Corale «Roberto Goitre», imparando cosa vuol dire far crescere un'associazione e accostarsi alla musica da adulti; ho cantato in cori all'estero, facendo sempre esperienze di forte socializzazione. Ora canto nel Torino Vocalensemble dove a tutto questo (divertimento, amicizia, sforzo organizzativo, ascolto) si unisce l'apertura verso la musica contemporanea e la sperimentazione. Cantare smuove l'interno del nostro corpo e del nostro cervello, sviluppa la sensibilità e la disponibilità a fare squadra, rafforza le amicizie e, normalmente, migliora il nostro umore. Tutte cose di cui si ha bisogno a qualunque età. Forse - per tornare al suo articolo - non si può sempre cantare uscendo da un concerto: a volte vogliamo assaporare ancora per un po' la bellezza di quel che abbiamo sentito. Forse però si può cantare all'uscita di un concerto di musica corale: se a tanti piacesse quest'idea, le nostre istituzioni sarebbero anche un po' più sensibili alla possibilità di dare spazio e finanziamento pur minimo ai cori. Per esperienza, infatti, constato che - con le debite eccezioni - è sempre più difficile fare concerti, in assoluto e di musica corale amatoriale di un certo livello in particolare. Si potrebbe persino pensare a "concerti ascolto" e "concerti partecipazione". Oltretutto, non sempre i cori amatoriali hanno un livello "da concerto" sufficiente per esibirsi, mentre sarebbero capacissimi di far cantare con successo un pubblico di amici e di sconosciuti. Beh, spero di non aver farneticato troppo. La ringrazio della pazienza, e tifo per la diffusione delle idee sue e del Comitato Nazionale! Un caro saluto.
Valeria Sottili



2 febbraio 2007

Gentile Nicola Campogrande,
ho letto il suo editoriale su "Sistema Musica" di febbraio (approfitto dell'occasione per ringraziare per questa lodevole iniziativa, io lo ricevo a casa e lo leggo sempre con molto interesse) e mi trovo pienamente in accordo con lei. Fare a scuola lezioni di musica, canto, storia della danza, mi avrebbe sicuramente reso le cose molto più facili quando mi reco a teatro, anche se la loro mancanza non mi ha tolto il piacere dell'ascolto. Bisognerebbe dare più calore, più partecipazione a questi straordinari musicisti: ieri sera ho avuto il piacere di assistere, al Teatro Regio, al virtuosismo di Serguei Galaktionov che spero abbia percepito l'entusiasmo suscitato in sala. Magari intonare un coro spingerebbe i "fanatici del paltoletto", come li ho soprannominati io, a non scappare con tanta fretta e a tributare il giusto riconoscimento a tanto impegno. Ringraziandola per i suoi editoriali, le porgo i miei più cordiali saluti.
Roberta Lavarino



29 gennaio 2007

Egregio signor Nicola Campogrande,
ho ricevuto, come al solito, la rivista "Sistema Musica" e, come sempre, ho letto il suo editoriale. Mi piacciono molto i suoi scritti e la domanda finale mi stuzzica tantissimo. «Che cosa ne pensate?» - chiede lei -. Ne penso tutto il bene possibile. Non mi sentirei affatto a disagio a cantare alla fine di un concerto (mi riferisco infatti all'editoriale di febbraio). A questo proposito vorrei testimoniarle che tentativi di far cantare il pubblico alla fine di un concerto (nella fattispecie, però, si trattava di concerti corali) era una prassi quasi costante che il maestro Roberto Goitre usava e promuoveva quando presentava al pubblico i suoi Piccoli Cantori di Torino. Si spingeva anche oltre. Con le mani proponeva intervalli musicali diversi e, dividendo il pubblico in due o più settori, ci faceva… fermare con la voce un accordo. Mamme, papà, nonni, zii e quanti altri, venivano coinvolti nel piacere di far musica insieme e i nostri figli, che fino a poco prima ci avevano fatto godere con le loro melodie, si univano dal palco al battimani generale. Sono ricordi troppo belli e impressi nella mia memoria, perché io non abbia sentito l'impulso di scriverle e di renderla partecipe.
Sottoscrivo e mi unisco alla sua proposta che mi piacerebbe venisse attuata. Ogni direttore proporrebbe sicuramente cose diverse per cui, già in questo modo, ogni esperienza sarebbe una ricchezza.
Con tutta la mia stima.
Rita Bergamasco