di Diego Marangon
«Le lunghe braccia sinuose di Emmanuel Villaume, estremamente espressive, con ampi movimenti sostengono gli orchestrali, incoraggiandoli a suonare facendo respirare e fiorire le frasi musicali». Questo schizzo, “disegnato” dal critico Joshua Rosenblum, coglie la poetica che anima il direttore nato a Strasburgo quarantatre anni fa.
Passione, meticolosità, fiducia nei musicisti: qualità che, unite a cultura e curiosità (è laureato in lettere, filosofia e musicologia alla Sorbonne di Parigi), consentono a Villaume di rivelare sempre l’essenza di ciò che dirige. A Charleston, sede americana del Festival dei Due Mondi nato a Spoleto, di cui è direttore artistico, ha sbalordito i critici riuscendo a trarre da un’orchestra composta di musicisti tra i diciotto e i venticinque anni, livelli di professionalità paragonabili ai più celebrati complessi sinfonici statunitensi.
L’elenco delle orchestre con cui ha lavorato è molto lungo e comprende compagini di massimo prestigio, sia negli Stati Uniti, sia in Europa, tra cui l’Orchestre Symphonique de Montréal, la San Francisco Symphony, la Los Angeles Philharmonic, l’Orchestre de Paris, l’Orchestre Philharmonique de Radio France e l’Orchestra del Teatro La Fenice di Venezia.
L’analisi del suo repertorio tradisce un grande amore per la musica francese, ricco com’è di composizioni di Berlioz, Bizet, Debussy, Gounod, Offenbach. Questo coinvolgimento sembra nascere, più e oltre che da ovvie affinità culturali, dall’impegno da parte di un artista colto di far conoscere al pubblico delle opere che, come nel caso di Ariane et Barbe-Bleue, meritano un nuovo e più attento ascolto.
Se, come diceva Yehudi Menuhin, «il modo migliore di conoscere qualcosa è farlo attraverso chi la ama profondamente», incontrare l’opera di Dukas con Emmanuel Villaume sarà un’esperienza da ricordare.