di Nicola Pedone
Arrivato intorno ai trent’anni, Ernest Bloch cominciò ad
avvertire in maniera sempre più forte il legame con le proprie
origini ebraiche. Da quel momento, gran parte della sua produzione può
considerarsi un grandioso tentativo di esprimere, attraverso la musica,
lo spirito dell'antica religiosità ebraica. Bloch, in ogni caso,
non era interessato a costruire un'identità musicale ebraica moderna,
sul modello di quanto avevano fatto nell'Ottocento le varie scuole nazionali.
Né dobbiamo cercare nella sua opera citazioni di antichi motivi
popolari o sacri. Quanto di sapientemente arcaico, talvolta di orientaleggiante
troviamo nella sua musica, Bloch lo crea piuttosto attraverso l'assimilazione
delle antiche melopee e la loro originale ricreazione in un contesto orchestrale
e armonico che, semmai, deve qualcosa a Debussy, a Mahler e a Richard
Strauss. Soprattutto a quest'ultimo, nel sontuoso trattamento orchestrale
e nell'audacia di certe soluzioni armoniche. In realtà, ciò
che a Bloch più stava a cuore - è lui stesso a confessarcelo
- era «l'anima ebraica, la complessa, ardente, esagitata anima che
io sento vibrare in tutta la Bibbia (...); la freschezza e l'ingenuità
dei Patriarchi (...); la disperazione dell'Ecclesiaste; la tristezza e
l'immensità del libro di Giobbe; la sensualità del Cantico
dei cantici». La disperazione dell'Ecclesiaste, dunque: lo Shelomo
di Bloch muove proprio da qui, da questo libro sapienziale dell'Antico
Testamento che gli ebrei chiamano Qohelet e che tratta della vanità
delle cose umane con un pessimismo raramente toccato altrove nella Bibbia,
eguagliato forse solo dal libro di Giobbe.
Shelomo in ebraico significa Salomone e una finzione letteraria accreditata
nei secoli vuole che sia proprio re Salomone l'autore del testo. Ebbene,
in un primo tempo, siamo verso il 1915, Bloch pensava di ricavare dall'Ecclesiaste
un libretto per un grande lavoro per voce maschile e orchestra; presto,
però, doveva rendersi conto che nessuna delle lingue moderne prese
in considerazione - non il francese, né l'inglese o il tedesco
- si rivelava consona al messaggio. Probabilmente lo sarebbe stato l'ebraico,
che tuttavia il musicista avvertiva di non padroneggiare adeguatamente.
Ma proprio da questa difficoltà scaturiva infine l'idea vincente
di affidare il canto a un violoncello solista.
Questa "rapsodia ebraica per violoncello e orchestra", probabilmente uno
degli esiti più alti della musica di Bloch, nasce dunque come un
canto senza parole, affidato alla più "umana" delle voci dell'orchestra.
Una voce che con la sua nobiltà sembra alla fine riscattare quella
cupezza che Bloch riteneva connaturata al soggetto e che di Shelomo gli
faceva dire «questa è l'unica mia opera che termina nel più
nero pessimismo, giustificato peraltro dalla natura del tema».
Massimo Macrì, il solista di Shelomo, è
stato primo violoncello dell'Orchestra Sinfonica della Rai di Roma dal
1985 al 1994, per ricoprire poi lo stesso ruolo nella Nazionale Rai
dal momento della sua fondazione. «Proprio per la sua natura rapsodica
- riflette Macrì - Shelomo richiede una concentrazione continua,
tesa a far combaciare sempre e perfettamente tecnica ed espressività.
Perché se la tecnica è importante, non lo è meno
la comprensione del messaggio di Bloch». C'è un passo particolare
dell'Ecclesiaste («Chi accresce il sapere aumenta il dolore»)
che ha fatto un pò da guida nella ricerca della giusta chiave
interpretativa e che Macrì legge come un richiamo alla caducità
umana e insieme una lezione di grande umiltà: la stessa che occorre
in musica per continuare a studiare e migliorarsi. Una dedica ideale?
A due grandi del violoncello: Siegfried Palm, che Macrì ha avuto
come maestro di perfezionamento, e Mstislav Rostropovic, con cui ha
avuto un rapporto meno sistematico ma altrettanto determinante. (n.p.)
giovedì 3 aprile ore 20.30 - turno rosso
venerdì 4 aprile ore 21.00 - turno blu
Auditorium Rai
Arturo Toscanini
Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai
Gürer Aykal direttore
Massimo Macrì violoncello
Stravinskij
Divertimento, suite sinfonica da Le baiser de la fée
Bloch
Shelomo, rapsodia ebraica per violoncello e orchestra
Strauss
Symphonia domestica op. 53