di Fabrizio Festa
«Quando
si debutta con un'orchestra importante come quella della Rai è
buona norma presentare un repertorio che si ha solidamente nel braccio.
È una prassi che ho sempre seguito e che ha dato i suoi frutti».
Così Giampaolo Bisanti, che appunto si appresta a debuttare su
un podio tanto prestigioso, sceglie la strada di una saggia prudenza nel
comporre il primo dei suoi programmi torinesi. A dirla tutta, nel tono
della voce, nelle sfumature del discorso, tra una parola su Schubert e
una su Beethoven, traspare l'emozione di chi sa che questo è un
passaggio significativo in una carriera. Ma Bisanti non è certo
nuovo alla pugna, e sa che un programma da concerto - soprattutto quello
del debutto con un'orchestra che ancora non ci conosce - deve corrispondere
a una sana filosofia, tra ingegno e artigianato: coerente nell'impostazione,
con un bel brano d'apertura, e poi, visto che dei solisti non si può
fare a meno nella maggior parte dei casi, è indispensabile poter
contare proprio su interpreti di consolidata reputazione ed esperienza.
Quasi inutile dire che tutti questi ingredienti sono lì, in quel
programma.
Cominciamo dalla coerenza. «Il concerto si aprirà con l'Invito
alla danza di Carl Maria von Weber nell'orchestrazione di Hector Berlioz,
mentre a chiuderlo ho scelto un brano che amo molto, e che avevo già
presentato per il mio debutto sinfonico alla Fenice: la Terza sinfonia
di Schubert. A legare queste due opere c'è un motivo che, scopertamente
o implicitamente, le ispira: la danza. Nel caso del brano di Weber è
del tutto evidente l'omaggio a quell'arte. Osservando la partitura di
Schubert, invece, appare evidente che specie negli ultimi due tempi, pur
non evidenziato in maniera così esplicita, il movimento di danza
è l'elemento fondante. Potremmo, in un certo senso, parlare di
una sorta di nostalgia tutta schubertiana per la danza stessa, che ritorna
del resto non solo nella produzione sinfonica, ma anche in quella cameristica».
Inoltre, l'Invito alla danza, nella versione che Berlioz orchestrò
nel 1841 e che Arthur Saint-Léon nello stesso anno trasformò
in balletto (poi verrà quella indimenticabile di Fokine nel 1911)
è pagina «molto colorita, di sicuro impatto, e di grande
effetto orchestrale. Insomma, l'ideale per aprire nel miglior modo possibile
un concerto. D'altronde, è affascinante anche il contrasto, pur
nella comunanza del motivo ispiratore, tra la fluida brillantezza dell'orchestrazione
di Berlioz e la classicità».
Nel mezzo sta il Concerto Triplo di Beethoven, nel quale troviamo, appunto,
solisti di fama. La vicenda di quest'opera è nota. Scritta tra
il 1803 e il 1804, aveva come destinatario esecutore l'Arciduca Rodolfo,
allievo pianista di Beethoven. A fianco dell'Arciduca, a scanso di sorprese,
due professionisti: Carl August Seidler al violino e Anton Craft al violoncello.
Da qui le ragioni di una partitura che, pur piacendo da sempre al pubblico,
crea qualche perplessità tanto ai solisti quanto a chi la dirige.
«Un concerto col solista, del resto, è sempre una questione
complessa. Basti pensare al fatto ovvio, ma tutt'altro che scontato, che
bisogna comunque amalgamare le sue idee con quelle di chi è sul
podio e con l'intera orchestra che, casomai, quel concerto l'ha già
eseguito mille volte. In questo caso, poi, la questione è ancor
più complicata: ci sono tre solisti che, presi a sé, costituiscono
un ensemble da camera (un trio appunto) e che poi vanno armonizzati con
l'intera orchestra. Si sommano dunque molte e diverse esigenze. In più,
Beethoven ha apparentemente scritto una parte orchestrale semplice e lineare:
in realtà, non solo l'orchestra non si limita per così dire
ad accompagnare, ma di fatto interagisce coi solisti, riprendendone le
sollecitazioni musicali».
giovedì 17 aprile
ore 20.30 - turno rosso
venerdì 18 aprile
ore 21.00 - turno blu
Auditorium Rai
Arturo Toscanini
Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai
Giampaolo Bisanti direttore
Benedetto Lupo pianoforte
Marco Rizzi
violino
Jean-Guihen Queyras violoncello
Weber
Aufforderung zum Tanz (orchestrazione
di Hector Berlioz)
Beethoven
Concerto in do maggiore per pianoforte, violino, violoncello e orchestra
op. 56
Schubert
Sinfonia n. 3
in re maggiore D. 200