Per
dare forma a quel capolavoro di alchimia musicale chiamato Triplo di Beethoven
occorrono - direttore e orchestra a parte - tre solisti che sappiano condividere
il piacere di fare musica d'insieme, lasciando convergere le ansie di
legittimo protagonismo all'interno di un gioco di squadra articolato e
vincente.
La storia recente di Benedetto Lupo, Marco Rizzi e Jean-Guihen Queyras,
punteggiata di successi prestigiosi, testimonia della predisposizione
felice di ognuno rispetto a un approccio di questo tipo, se è vero
che per ognuno di essi la dimensione cameristica si pone quasi come terreno
di affinamento interpretativo i cui esiti, in modo più esplicito,
ritroviamo in ambito solistico.
Benedetto Lupo, barese di nascita e formazione, ha avuto un imprinting
irresistibile per un pianista. «A cinque anni ascoltai Chopin suonato
da Magaloff, alla radio. Decisi in quel momento, forse, di dedicarmi al
pianoforte». Detto fatto: a sei anni prende le prime lezioni, a
undici comincia a tenere concerti, a tredici debutta con l'orchestra (con
il Primo di Beethoven), a quattordici lo invitano all'estero. Studia,
tra gli altri, con Perticaroli e Ciccolini, quindi frequenta le masterclass
di Perahia, Bolet e proprio di Magaloff, l'uomo del destino. Il successo
giunge sulla scia di una fitta serie di vittorie in concorsi internazionali
di primo piano. Oggi, Lupo dedica attenzione solo agli autori che predilige,
approfondendone i contenuti oltre la componente di virtuosismo. E tra
gli eletti, appunto, ritroviamo Beethoven, riferimento ricorrente di tutta
una carriera. Col pianoforte ha un rapporto sereno, riflesso in uno stile
ben ponderato: «La ricerca ossessiva del riconoscimento da parte
dei media - afferma - è la vera malattia di molti giovani solisti,
che perdono di vista, per l'ansia di successo a tutti i costi, l'essenza
profonda del fare musica».
Milanese, classe 1967, Marco Rizzi è un altro che di concorsi ne
ha frequentati molti, in passato, e sempre con successo. Premiato in tre
competizioni violinistiche importanti e selettive («Cajkovskij»
di Mosca, «Queen Elizabeth» di Bruxelles, Indianapolis), si
è concesso il lusso di suonare al fianco di direttori e complessi
illustri (Chailly, Jurowski, la Staatskapelle di Dresda) senza mai mortificare
quella confortante curiosità intellettuale che vive alla base delle
sue scelte di repertorio, non di rado inconsuete. Così, accanto
all'imprescindibile Beethoven, a Paganini e Prokof'ev, ritroviamo Sostakovic
e Walton, ma anche John Adams e Bruno Walter, felicemente accostati all'integrale
bachiana, molto apprezzata in cd. Attratto dal "gioco" della scrittura,
ossia dalla possibilità di esplorare gli infiniti risvolti della
pagina musicale, Rizzi sviluppa questa sua passione anche sul versante
cameristico, collaborando assiduamente con Lucchesini, Brunello, Zilberstein,
Imai.
Ma in fatto di eclettismo, chi batte tutti è forse il violoncellista
francese Jean-Guihen Queyras, nato in Canada e cresciuto sotto l'ala di
Pierre Boulez, nell'Ensemble InterContemporain. Sedotto da un'attrazione
fatale per il Barocco - come attestano le frequenti incursioni discografiche
sul terreno bachiano (le Suites, per Harmonia Mundi) e i riconoscimenti
conseguiti con l'incisione dei Concerti di Haydn e Monn su strumenti d'epoca
(complice la Freiburger Barockorchester) - Queyras ama divagare nei suoi
recital, partendo da Bach e giungendo, in modo coerente, fino a musicisti
di oggi, come Ivan Fedele e Gilbert Amy, che per lui hanno composto espressamente.
Ha inciso Britten, Boulez, Ligeti, Kurtág, e Dallapiccola con l'Orchestra
Rai diretta da Pascal Rophé, si è esibito al fianco della
Philharmonia di Londra, ha fondato con Tabea Zimmermann il quartetto d'archi
Arcanto. Di Boulez dice: «Mi ha insegnato a essere rigoroso e professionale,
ad addentrarmi fino in fondo nella partitura», ma poi racconta di
come la passione dei genitori per Harnoncourt l'abbia portato verso la
musica antica e le collabora-zioni con Concerto Köln. Quindi chiarisce:
«Non ho specializzazioni: sono per un terzo romantico, per un terzo
barocco e per un terzo contemporaneo».
Un mix di passioni, insomma, al servizio di Beethoven. (s.v.)