aprile 2008

orchestra sinfonica della rai


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Benedetto Lupo, Marco Rizzi e Jean-Guihen Queyras
Un gioco di squadra per Beethoven

Benedetto Lupo, Marco Rizzi e Jean Guihen QueyrasPer dare forma a quel capolavoro di alchimia musicale chiamato Triplo di Beethoven occorrono - direttore e orchestra a parte - tre solisti che sappiano condividere il piacere di fare musica d'insieme, lasciando convergere le ansie di legittimo protagonismo all'interno di un gioco di squadra articolato e vincente.
La storia recente di Benedetto Lupo, Marco Rizzi e Jean-Guihen Queyras, punteggiata di successi prestigiosi, testimonia della predisposizione felice di ognuno rispetto a un approccio di questo tipo, se è vero che per ognuno di essi la dimensione cameristica si pone quasi come terreno di affinamento interpretativo i cui esiti, in modo più esplicito, ritroviamo in ambito solistico.
Benedetto Lupo, barese di nascita e formazione, ha avuto un imprinting irresistibile per un pianista. «A cinque anni ascoltai Chopin suonato da Magaloff, alla radio. Decisi in quel momento, forse, di dedicarmi al pianoforte». Detto fatto: a sei anni prende le prime lezioni, a undici comincia a tenere concerti, a tredici debutta con l'orchestra (con il Primo di Beethoven), a quattordici lo invitano all'estero. Studia, tra gli altri, con Perticaroli e Ciccolini, quindi frequenta le masterclass di Perahia, Bolet e proprio di Magaloff, l'uomo del destino. Il successo giunge sulla scia di una fitta serie di vittorie in concorsi internazionali di primo piano. Oggi, Lupo dedica attenzione solo agli autori che predilige, approfondendone i contenuti oltre la componente di virtuosismo. E tra gli eletti, appunto, ritroviamo Beethoven, riferimento ricorrente di tutta una carriera. Col pianoforte ha un rapporto sereno, riflesso in uno stile ben ponderato: «La ricerca ossessiva del riconoscimento da parte dei media - afferma - è la vera malattia di molti giovani solisti, che perdono di vista, per l'ansia di successo a tutti i costi, l'essenza profonda del fare musica».
Milanese, classe 1967, Marco Rizzi è un altro che di concorsi ne ha frequentati molti, in passato, e sempre con successo. Premiato in tre competizioni violinistiche importanti e selettive («Cajkovskij» di Mosca, «Queen Elizabeth» di Bruxelles, Indianapolis), si è concesso il lusso di suonare al fianco di direttori e complessi illustri (Chailly, Jurowski, la Staatskapelle di Dresda) senza mai mortificare quella confortante curiosità intellettuale che vive alla base delle sue scelte di repertorio, non di rado inconsuete. Così, accanto all'imprescindibile Beethoven, a Paganini e Prokof'ev, ritroviamo Sostakovic e Walton, ma anche John Adams e Bruno Walter, felicemente accostati all'integrale bachiana, molto apprezzata in cd. Attratto dal "gioco" della scrittura, ossia dalla possibilità di esplorare gli infiniti risvolti della pagina musicale, Rizzi sviluppa questa sua passione anche sul versante cameristico, collaborando assiduamente con Lucchesini, Brunello, Zilberstein, Imai.
Ma in fatto di eclettismo, chi batte tutti è forse il violoncellista francese Jean-Guihen Queyras, nato in Canada e cresciuto sotto l'ala di Pierre Boulez, nell'Ensemble InterContemporain. Sedotto da un'attrazione fatale per il Barocco - come attestano le frequenti incursioni discografiche sul terreno bachiano (le Suites, per Harmonia Mundi) e i riconoscimenti conseguiti con l'incisione dei Concerti di Haydn e Monn su strumenti d'epoca (complice la Freiburger Barockorchester) - Queyras ama divagare nei suoi recital, partendo da Bach e giungendo, in modo coerente, fino a musicisti di oggi, come Ivan Fedele e Gilbert Amy, che per lui hanno composto espressamente. Ha inciso Britten, Boulez, Ligeti, Kurtág, e Dallapiccola con l'Orchestra Rai diretta da Pascal Rophé, si è esibito al fianco della Philharmonia di Londra, ha fondato con Tabea Zimmermann il quartetto d'archi Arcanto. Di Boulez dice: «Mi ha insegnato a essere rigoroso e professionale, ad addentrarmi fino in fondo nella partitura», ma poi racconta di come la passione dei genitori per Harnoncourt l'abbia portato verso la musica antica e le collabora-zioni con Concerto Köln. Quindi chiarisce: «Non ho specializzazioni: sono per un terzo romantico, per un terzo barocco e per un terzo contemporaneo».
Un mix di passioni, insomma, al servizio di Beethoven. (s.v.)