Sono
passati ottant'anni da quando Casella profetizzava: «Noi italiani
non potremo mai scrivere come un esponente della Scuola di Vienna, a meno
di rinnegare noi stessi. La nostra musica deve contenere necessariamente
la luminosità e la trasparenza dei nostri paesaggi».
Secondo Roberto Prosseda, che a Torino proporrà un programma incentrato
sulle opere pianistiche di Petrassi, le speranze del compositore torinese
sono state esaudite solo in parte. «Chi è vissuto a contatto
con paesaggi luminosi e con un patrimonio musicale basato sulla cantabilità,
difficilmente lo potrà del tutto ignorare. Tuttavia, è anche
vero che, recentemente, il background di ognuno di noi è sempre
più globalizzato e aperto anche a elementi slegati dai connotati
geografici o storici del luogo in cui viviamo. Al pari dei compositori
d'Oltralpe, i nostri artisti si sono spesso appoggiati a un progetto astratto,
svincolato dagli elementi di cui parla Casella».
Lei ha realizzato l'incisione integrale delle opere pianistiche
di Petrassi. C'è qualche aspetto della sua musica da cui si sente
particolarmente attratto?
«Di Petrassi mi attrae proprio il modo con cui gioca con i vari
elementi stilistici che utilizza. L'attinenza con il patrimonio culturale
e paesaggistico italiano è particolarmente evidente nella musica
della sua gioventù. Nella Partita per pianoforte (1926), ad esempio,
è possibile rintracciare suggestioni differenti, dagli stornelli
romani alla musica tastieristica di Scarlatti».
Le sembra che l'influenza della tradizione sia ancora riconoscibile
nella scena contemporanea italiana?
«Un fenomeno che mi affascina molto è l'influenza che le
musiche d'oggi possono esercitare sull'interpretazione e la comprensione
del repertorio del passato. Spesso, nei miei programmi, alterno brani
appartenenti ad ambiti stilistici e temporali lontani, giocando proprio
con i "cortocircuiti percettivi" derivati dallo stretto contatto di mondi
sonori distanti ma, in fondo, non così estranei». (a.t.)