di Stefano Valanzuolo
Bernstein,
Karajan, Harnoncourt, Maazel, Muti, Mehta, Levine, Gergiev, Abbado: non
stiamo saccheggiando un'enciclopedia della musica, ma semplicemente provando
a elencare qualcuno dei tanti partner illustri succedutisi al fianco di
Gidon Kremer in quarant'anni di carriera.
Tutto questo dà la misura della straordinaria vitalità del
fenomeno Kremer, plasmato da David Oistrakh, esploso intorno al 1967 grazie
a una serie impressionante di vittorie nei maggiori concorsi internazionali
(«Reine Elisabeth», «Paganini», «C?ajkovskij»)
e cresciuto costantemente con una presenza discografica assidua (oltre
cento titoli) e una capacità senza pari di estendere il repertorio,
spesso infischiandosene di barriere tra gli stili e di convenzioni assodate.
Per primo, ad esempio, ha sdoganato Piazzolla presso il pubblico delle
grandi istituzioni, facendone un compositore contemporaneo da aggiungere
a una lista di frequentazioni già molto nutrita: Henze, Stockhausen,
Nono, Schnittke, Paert, Kancheli, Gubajdulina, Adams. Non ha mai trascurato
Bach, Mozart, Beethoven o Sibelius, ma di sicuro Kremer ha fatto per la
musica di oggi quello che nessun altro violinista ha saputo o voluto fare.
E non è poco.
Ha cercato, negli anni, e conseguito una cifra personale: «Non sono
come quei miei colleghi che dicono di voler mettersi al servizio del compositore
solo riproducendone le note. Io credo di rendere un servizio migliore
facendo sì che il compositore si esprima attraverso la mia voce,
che deve essere sempre riconoscibile, distinguibile dalle altre. Oggi
capita di imbattersi troppo spesso in esecuzioni impeccabili, ma impersonali.
A me interessa mandare un messaggio al pubblico: la professionalità
è importante, ma non tocca i sentimenti dell'ascoltatore. Quello
che colpisce, invece, è la passione».
Affetto, come si sarà capito, da un proficuo iperattivismo, Gidon
Kremer, da un pò di tempo, si sforza di collocare la musica in
ambiti d'espressione nuovi e non codificati. Nel 1981, così, ha
fondato un festival cameristico a Lockenhaus, affiancandosi a sodali dai
nomi altisonanti (Barenboim, Brendel, Argerich, Maisky...) per esplorare
programmi meno consueti. Quindi, nel 1997, all'apice di una carriera gloriosa,
ha scelto di dare il proprio nome e le proprie energie a una giovane orchestra
da camera: oggi, la Kremerata Baltica è la creatura prediletta
di Kremer, che ne è direttore e mentore. «My children - così
il maestro chiama i ragazzi della Kremerata - sapranno crescere, indipendentemente
da me. Non basta che formino una buona orchestra: voglio che sviluppino
un'identità forte e autonoma».
A Torino, Kremer riprenderà uno dei suoi inossidabili cavalli di
battaglia, quel Concerto di Sibelius la cui realizzazione discografica
ha condiviso con Muti anni fa e al quale torna regolarmente (ricordiamo,
tra tante, una bella esecuzione con Salonen e la Los Angeles Philharmonic).
Stavolta avrà per partner Mikhail Pletnev, pregevole pianista oltre
che direttore e anima della Russian National Orchestra. Correva l'anno
1990 quando Pletnev, incoraggiato dall'amico Gorbaciov (che nel 1988 l'aveva
invitato a esibirsi nell'ambito di un summit internazionale a Washington),
fondò la prima orchestra indipendente della nuova Russia: la Rno,
appunto. Tanto coraggio fu premiato, negli anni a venire, da una serie
di esibizioni e riconoscimenti che pongono, oggi, l'ensemble russo tra
quelli più interessanti nati nel clima fertile dell'ex Unione Sovietica.
Favorire gli scambi culturali tra artisti russi e occidentali e operare
in favore dei giovani: questi i due obiettivi principali della politica
cultural-sociale della Russian National Orchestra.
Fondata nel 1990 a Mosca da Mikhail Pletnev, si è esibita in
Nordamerica, Asia ed Europa. È la prima orchestra russa ad aver
suonato in Vaticano e nello Stato d'Israele. È un ente indipendente
che ha istituito un "collegio dei direttori", un gruppo di maestri di
fama internazionale che ne guida le scelte discografiche e concertistiche.
La sua lunga discografia comprende, tra l'altro, collaborazioni con
Rostropovic, Nagano e Vedernikov.
Con la sua Orchestra, Mikhail Pletnev ha messo da parte
il pianoforte e intrapreso la carriera di direttore, regalando al mondo
un nuovo talento e facendo decollare in brevissimo tempo la reputazione
della nuova "creatura". In veste di direttore, Pletnev ha collaborato
con numerose orchestre in tutto il mondo, ma il suo rapporto con la
Rno è rimasto assolutamente saldo (ne è attualmente direttore
artistico). Riconosciuto da sempre come uno dei più grandi pianisti
del nostro tempo, oltre che compositore di successo, ha ricevuto in
due occasioni - 1995 e 2002 - il Premio di Stato della Federazione Russa.