Intervista
di Susanna Franchi
Bizzarro,
ma è un debutto. Bruno Campanella è un direttore il cui
nome si associa spesso al repertorio del belcanto: Rossini, Bellini, Donizetti.
Eppure, per lui, Lucrezia Borgia è un debutto: «Confesso
di aver perso il conto delle opere donizettiane che ho diretto, devono
essere quattordici o quindici; ma per Lucrezia Borgia è la prima
volta! Le opere "scoperte" di Donizetti sono settantadue: direi che ho
tempo per altri debutti».
Lucrezia Borgia non è un titolo così rappresentato
e così amato come Lucia di Lammermoor, Anna Bolena o Maria Stuarda.
Che compositore è il Donizetti della Borgia?
«È il migliore, non ho alcun dubbio! Io amo molto la cosiddetta
Trilogia delle Regine, ovvero Anna Bolena, Maria Stuarda e Roberto Devereux;
accomuno Lucrezia Borgia allo stile delle "Regine", direi soprattutto
al Devereux, in modo particolare per quanto riguarda la condotta musicale:
non ci sono grandi arie famose come in Lucia, non ci sono picchi virtuosistici
ma è tutto importante, tutto di grandissimo livello. Penso, ad
esempio, al concertato finale del Prologo, quello nel quale ognuno accusa
la Borgia: è un punto musicalmente bellissimo, dove emerge anche
la psicologia di ogni personaggio».
Certo la vicenda non è delle più semplici e lineari,
tra un figlio che non conosce la propria madre, due avvelenamenti...
«Posso dirlo? Francamente il libretto è molto ingenuo: a
partire da quel gioco di parole che, togliendo la lettera "b", trasforma
il nome "Borgia" in "orgia"; e poi questa storia di Gennaro che viene
avvelenato due volte è proprio un pò esagerata e rischia
di diventare comica. Sicuramente è un'opera che, sia per le censure
borboniche sia per quelle francesi, ha cambiato più volte titolo;
inoltre non bisognava assolutamente dire che Lucrezia era figlia di un
papa! Ma al di là delle vicende storiche e del libretto, io trovo
importantissimo che Donizetti, per la prima rappresentazione, abbia deciso
la disposizione dell'orchestra con gli archi tutti raggruppati intorno
al direttore; prima, invece, erano sparsi, ed è fondamentale che
in seguito questa indicazione sia rimasta».
Quale finale dell'opera adotterete?
«Drammaturgicamente trovo molto efficace fare una sorta di mélange
tra la prima e la seconda versione del finale, come per esempio è
stato fatto alla Scala negli anni Settanta. È un finale che giova
molto ai due protagonisti: permette a Gennaro di cantare un bellissimo
arioso e di non morire così rapidamente e a Lucrezia regala un'aria
e una cabaletta molto drammatiche, che aderiscono bene alla situazione,
diciamo in stile Roberto Devereux».
Quali sono le difficoltà di quest'opera per l'orchestra
e per la protagonista?
«Donizetti sapeva orchestrare bene e quindi non pone delle particolari
difficoltà; ci sono ovviamente due o tre punti nei quali poteva
risparmiarsi qualche passaggio più difficile, ma sarà proprio
su quelli che lavoreremo molto. Per quanto riguarda la vocalità
di Lucrezia, ci sono dei passaggi virtuosistici, ma la parte è
scritta in modo tale da permettere alla protagonista di riposare la voce.
In Bolena, Anna non ha mai un attimo per rifiatare; qui invece la voce
può riposarsi e ricominciare senza fatica: è una questione
di buona tecnica, ma questa non è una parte che richieda alle corde
vocali una particolare resistenza».