aprile 2008

teatro regio Torino


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Intervista

Bruno Campanella
«Quello di Lucrezia Borgia è il Donizetti migliore»

di Susanna Franchi

Bruno CampanellaBizzarro, ma è un debutto. Bruno Campanella è un direttore il cui nome si associa spesso al repertorio del belcanto: Rossini, Bellini, Donizetti. Eppure, per lui, Lucrezia Borgia è un debutto: «Confesso di aver perso il conto delle opere donizettiane che ho diretto, devono essere quattordici o quindici; ma per Lucrezia Borgia è la prima volta! Le opere "scoperte" di Donizetti sono settantadue: direi che ho tempo per altri debutti».

Lucrezia Borgia non è un titolo così rappresentato e così amato come Lucia di Lammermoor, Anna Bolena o Maria Stuarda. Che compositore è il Donizetti della Borgia?
«È il migliore, non ho alcun dubbio! Io amo molto la cosiddetta Trilogia delle Regine, ovvero Anna Bolena, Maria Stuarda e Roberto Devereux; accomuno Lucrezia Borgia allo stile delle "Regine", direi soprattutto al Devereux, in modo particolare per quanto riguarda la condotta musicale: non ci sono grandi arie famose come in Lucia, non ci sono picchi virtuosistici ma è tutto importante, tutto di grandissimo livello. Penso, ad esempio, al concertato finale del Prologo, quello nel quale ognuno accusa la Borgia: è un punto musicalmente bellissimo, dove emerge anche la psicologia di ogni personaggio».

Certo la vicenda non è delle più semplici e lineari, tra un figlio che non conosce la propria madre, due avvelenamenti...
«Posso dirlo? Francamente il libretto è molto ingenuo: a partire da quel gioco di parole che, togliendo la lettera "b", trasforma il nome "Borgia" in "orgia"; e poi questa storia di Gennaro che viene avvelenato due volte è proprio un pò esagerata e rischia di diventare comica. Sicuramente è un'opera che, sia per le censure borboniche sia per quelle francesi, ha cambiato più volte titolo; inoltre non bisognava assolutamente dire che Lucrezia era figlia di un papa! Ma al di là delle vicende storiche e del libretto, io trovo importantissimo che Donizetti, per la prima rappresentazione, abbia deciso la disposizione dell'orchestra con gli archi tutti raggruppati intorno al direttore; prima, invece, erano sparsi, ed è fondamentale che in seguito questa indicazione sia rimasta».

Quale finale dell'opera adotterete?
«Drammaturgicamente trovo molto efficace fare una sorta di mélange tra la prima e la seconda versione del finale, come per esempio è stato fatto alla Scala negli anni Settanta. È un finale che giova molto ai due protagonisti: permette a Gennaro di cantare un bellissimo arioso e di non morire così rapidamente e a Lucrezia regala un'aria e una cabaletta molto drammatiche, che aderiscono bene alla situazione, diciamo in stile Roberto Devereux».

Quali sono le difficoltà di quest'opera per l'orchestra e per la protagonista?
«Donizetti sapeva orchestrare bene e quindi non pone delle particolari difficoltà; ci sono ovviamente due o tre punti nei quali poteva risparmiarsi qualche passaggio più difficile, ma sarà proprio su quelli che lavoreremo molto. Per quanto riguarda la vocalità di Lucrezia, ci sono dei passaggi virtuosistici, ma la parte è scritta in modo tale da permettere alla protagonista di riposare la voce. In Bolena, Anna non ha mai un attimo per rifiatare; qui invece la voce può riposarsi e ricominciare senza fatica: è una questione di buona tecnica, ma questa non è una parte che richieda alle corde vocali una particolare resistenza».