di Luca Del Fra
Il
"Corriere delle Dame" del dicembre del 1833 diede addirittura colpa dell'iniziale
insuccesso alla Scala di Lucrezia Borgia all'eclissi della luna avvenuta
la notte della prima: l'eclissi congiunta degli ingegni del librettista
Felice Romani e di Gaetano Donizetti sarebbe stata la causa dell'inadeguatezza
del lavoro. Ma l'opera, in verità, s'impose presto e gareggiò
per lungo tempo con Lucia di Lammermoor come favorita tra le figlie del
compositore bergamasco. I motivi a posteriori appaiono chiari: ciò
che aveva disorientato la critica coeva, e via via invece sollecitato
il pubblico, era la modernità della prima valida trasposizione
del teatro di Victor Hugo nell'universo ancora classicista del melodramma.
Un
"noir rinascimentale", come lo sarà vent'anni dopo Rigoletto -
anch'esso tratto da un dramma del letterato francese - non basato sul
consueto trittico amoroso ma su personaggi molto sfaccettati, preda di
veementi passioni, da Maffio Orsini, ruolo en travesti all'apparenza brillante
ma ricco di sfumature, per non parlare della protagonista Lucrezia, che
ha una delle arie di sortita di maggiore impatto dell'opera romantica
italiana - «Com'è bello! Quale incanto».
Primadonna fra le più amate dei palcoscenici italiani, Fiorenza
Cedolins si è imposta grazie alle interpretazioni dei grandi personaggi
di Verdi e Puccini: Aida, Leonora ne Il trovatore, Cio Cio San in Madama
Butterfly. Tuttavia, il soprano friulano ha sempre rivendicato una familiarità
con la tecnica del belcanto e non sorprende affatto che, dopo aver recentemente
affrontato Norma, si cimenti con Lucrezia Borgia, uno dei personaggi monstre
del teatro di Donizetti. Divisa fin quasi alla dissociazione tra l'amor
filiale e la scellerataggine delle sue azioni, nella sua vocalità
Lucrezia reclama la forza dell'invettiva e l'incisività dell'espressione,
ma anche la dolcezza di un canto etereo e appoggiato sul fiato con una
coloratura adamantina. Tutte qualità da sostenere con una vera
personalità da interprete: non stupisce dunque l'attesa per questo
debutto.
Accanto
a lei ecco José Bros nel ruolo di Gennaro, il figlio di Lucrezia,
che richiede un timbro bellissimo e una tecnica eccellente, nonché
una particolare inclinazione alla tinta elegiaca. Insomma, un tenore tipicamente
donizettiano e non a caso Bros nella sua carriera ha mostrato una particolare
predilezione per i ruoli che il bergamasco ha composto per grandi voci
come Giovanni Battista Rubini, Gilbert Duprez, Mario De Candia e, in questo
caso, Francesco Pedrazzi.
È da considerarsi un lusso poter schierare nel ruolo di don Alfonso,
importante ma non principale, un cantante del prestigio di Michele Pertusi:
basso baritono considerato tra gli specialisti del teatro di Rossini,
e che articola il suo repertorio tra Mozart e Verdi, unendo eleganza stilistica
e peso della parola, confermandosi così uno degli artisti più
completi del panorama italiano.
Protagonista
di una oramai solida carriera internazionale, Kate Aldrich non ha ancora
conquistato una vera popolarità in Italia, nonostante nel nostro
paese abbia avuto una delle sue prime importanti affermazioni nell'Aida
messa in scena a Busseto da Franco Zeffirelli. Passando con disinvoltura
da Carmen a Octavian in Der Rosenkavalier, da Adalgisa a Didone in Les
Troyens, Aldrich affronta per la prima volta il ruolo en travesti di Maffio
Orsini, che restituirà con la sua voce di timbro brunito, sicura
estensione e fluente coloratura. Alle sue capacità non solo vocali
ma anche sceniche è affidata la complessità di questo ruolo,
celebre anche per un brindisi in cui all'allegria della festa fa da brumoso
contrappunto il coro fuori scena: una perfetta trasposizione musicale
del teatro di Hugo, tanto da considerarsi uno degli emblemi dell'opera
romantica italiana.