No,
non è una questione di suono. Chi non frequenta i teatri d'opera
e le sale da concerto tende a pensare che il nemico siano i violini, il
mezzosoprano, il quintetto di fiati; crede che
a tenerlo lontano dai luoghi della musica classica sia il timbro dell'orchestra,
del quartetto d'archi, del coro. Non è così.
Il suono della musica classica, in sé, piace da matti: funziona
perfettamente al cinema, è sfruttatissimo nelle pubblicità,
piace persino quando viene utilizzato per musica che finge di essere classica
ma è pop o new age suonato su un pianoforte (si pensi al successo
di Allevi, di Einaudi).
No, il problema non è il suono: è il contenuto. Cioè
il fatto che con quel suono si veicolino dei sistemi di pensiero che richiedono
all'ascoltatore impegno, attenzione. E, soprattutto, il fatto che
la nostra vita oggi proceda per frammentazione e sintesi, mentre la musica
classica è costruita per lo più in modo compatto e articolato.
Mentre i quotidiani ci presentano molte notizie brevi, la musica classica
si sforza di elaborare poche note facendone una sinfonia; mentre la televisione
ci abitua alla rapidità del messaggio, la musica classica si fa
vanto di tirare in lungo un'idea musicale per decine di minuti.
Il problema, dunque, non è che alle orecchie non piaccia ascoltare
il sound della musica classica: è che il cervello non è
più abituato a cogliere ciò che scorre insieme a quel suono
- le elaborazioni, le trasformazioni, i ritorni, le citazioni.
Per far fronte a questa mutazione percettiva temo non basti abituarsi
fin da piccoli a clarinetti e violoncelli: magari aiuta, ma non è
quello il nodo. La questione sta nel nostro stile di vita, che mi sembra
sempre più ostile alla logica con la quale abbiamo costruito e
continuiamo a costruire le nostre partiture.
E lì intervenire mi sembra ormai difficile.
Voi che cosa ne pensate?