aprile 2008

editoriale


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Non è una questione di suono

JeffreyNo, non è una questione di suono. Chi non frequenta i teatri d'opera e le sale da concerto tende a pensare che il nemico siano i violini, il mezzosoprano, il quintetto di fiati; crede che
a tenerlo lontano dai luoghi della musica classica sia il timbro dell'orchestra, del quartetto d'archi, del coro. Non è così.
Il suono della musica classica, in sé, piace da matti: funziona perfettamente al cinema, è sfruttatissimo nelle pubblicità, piace persino quando viene utilizzato per musica che finge di essere classica ma è pop o new age suonato su un pianoforte (si pensi al successo di Allevi, di Einaudi).
No, il problema non è il suono: è il contenuto. Cioè il fatto che con quel suono si veicolino dei sistemi di pensiero che richiedono all'ascoltatore impegno, attenzione. E, soprattutto, il fatto che la nostra vita oggi proceda per frammentazione e sintesi, mentre la musica classica è costruita per lo più in modo compatto e articolato.
Mentre i quotidiani ci presentano molte notizie brevi, la musica classica si sforza di elaborare poche note facendone una sinfonia; mentre la televisione ci abitua alla rapidità del messaggio, la musica classica si fa vanto di tirare in lungo un'idea musicale per decine di minuti.
Il problema, dunque, non è che alle orecchie non piaccia ascoltare il sound della musica classica: è che il cervello non è più abituato a cogliere ciò che scorre insieme a quel suono - le elaborazioni, le trasformazioni, i ritorni, le citazioni.
Per far fronte a questa mutazione percettiva temo non basti abituarsi fin da piccoli a clarinetti e violoncelli: magari aiuta, ma non è quello il nodo. La questione sta nel nostro stile di vita, che mi sembra sempre più ostile alla logica con la quale abbiamo costruito e continuiamo a costruire le nostre partiture.
E lì intervenire mi sembra ormai difficile.
Voi che cosa ne pensate?