di Fabrizio Festa
La figura del violinista-direttore ha avuto un ruolo protagonistico nella storia della musica. Per almeno due secoli, Sei e Settecento, è stato tra i dominatori della scena, e anche lungo l'Ottocento, quando la convivenza con il direttore d'orchestra è stata spesso se non obbligatoria sicuramente necessaria, il virtuoso di violino non ha perso del tutto la prerogativa di dirigere. Lo ha fatto in situazioni cameristiche e lo ha fatto in occasioni forse meno nobili, ma che hanno assicurato quella continuità storica che oggi trova nuovi alfieri: tra essi un posto rilevante spetta a Pinchas Zukerman. D'altronde, violinista e direttore lo era anche quel Franz Clement per il quale Beethoven scrisse il suo celebre Concerto in re maggiore op. 61. Lo leggiamo proprio nel manoscritto: «Concerto par Clemenza pour Clement primo Violino e direttore al Theatro a Vienna. Da L. v. Beethoven 1806». Il nostro corsivo serve a ribadire il concetto: ancora Beethoven, nel 1806, scrive per un violinista che conosce anche l'arte del dirigere. Che poi a Clement il Concerto non sia piaciuto e che il pubblico alla prima viennese (al Theater an der Wien, il 23 dicembre di quello stesso anno) lo abbia accolto tiepidamente (e forse fu anche colpa dello stesso Clement, dal momento che la versione pianistica ebbe invece immediata e maggior fortuna), è solo una nota di cronaca. In seguito, infatti, divenne pagina indispensabile del repertorio di qualsiasi violinista che si volesse far rispettare. Nella nostra modernità tutti i grandi lo hanno interpretato dal vivo e inciso. E Zukerman – il cui multiforme talento musicale è noto e si esercita non solo sul violino ma anche, con pari esiti, sulla viola, e che alla direzione d'orchestra si dedica con successo ormai da molti anni – non poteva certo mancare in questo straordinario catalogo. D'altronde, la scrittura del Concerto beethoveniano ben si presta a mettere in luce sia le doti tecniche (basti pensare alla cadenza del Finale) e interpretative del solista (fin dalla prima esposizione del tema nell'Allegro non troppo iniziale), sia a garantirgli una serena conduzione dell'orchestra, tanto più quando si tratti di una compagine consolidata e di grande esperienza qual è la Royal Philharmonic.
Nonostante lo sbilanciamento tra la durata e il peso architettonico del primo movimento (un Allegro non troppo di oltre 25 minuti) rispetto ai due successivi (la somma delle durate del Larghetto e del Rondò è inferiore, infatti, a quella dell'Allegro iniziale), ormai quest'unico Concerto per violino composto da Beethoven è regolarmente presente nelle programmazioni concertistiche e il pubblico dimostra di amarlo con sempreverde passione.
Molti anni dopo la prima viennese dell'op. 61 vide la luce l'Ottava sinfonia di Dvořák. La première data 2 febbraio 1890 in quel di Praga. Sul podio il suo stesso autore.
Che Dvorˇák sia un sinfonista ispirato e di straordinaria naturalezza ce lo conferma anche questa sua matura partitura. Il suo talento sta tutto nello stemperare gli eccessi brahmsiani e al contempo nel reinventare una lingua franca, solo apparentemente popolare, che gli permette di raggiungere l'ascoltatore con immediatezza e semplicità, ma senza essere banale. Anzi, di quell'alleggerire ne guadagna l'intera architettura sinfonica. Così, in quest'Ottava come nelle altre sue Sinfonie, la distribuzione orchestrale delle parti è timbricamente ricchissima, i temi giocati e presentati non solo sul piano della fluidità melodica ma anche su quello della caratterizzazione strumentale. Sapiente anche l'uso dell'armonia: complessa quando serve, ma di facile accesso (per esempio nell'alternarsi dei modi maggiore e minore tanto caro a tutte le musiche popolari europee), quasi a voler fornire al pubblico una chiave per entrare in un mondo per altri versi tanto ricco.
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mercoledì 3 dicembre
Auditorium del Lingotto
ore 20.30
I Concerti del Lingotto
Royal Philharmonic Orchestra
Pinchas Zukerman
direttore e violino
Musiche di Beethoven, Dvořák