Intervista
di Stefano Catucci
Un trentennio di storia russa si riflette nella vita di Mikhail Pletnev come in uno specchio. Nasce nel 1957 ad Archangelsk, un piccolo centro sulla riva della Dvina, che vive di commercio ittico vicino com'è allo sbocco sul Mare di Barents e alle vie fluviali che comunicano con le grandi città. I genitori sono musicisti e Mikhail compie i suoi primi passi sul pianoforte entrando prestissimo al Conservatorio di Mosca. Da qui la vicenda si fonde con quella di un Paese, l'Unione Sovietica, nel quale la cura per l'educazione musicale è pari al cerimoniale burocratico con il quale si scandiscono le tappe di una carriera, a cominciare dai premi nelle classi di Conservatorio. La medaglia d'oro conquistata a ventuno anni al Concorso «Čajkovskij» gli apre le porte di un privilegio concesso solo ai musicisti, e non a tutti: quello di poter viaggiare all'estero per onorare gli impegni concertistici cui è chiamato.
Di rado, però, nell'Unione Sovietica di allora la formazione di un musicista avveniva in modo settoriale. Un'impostazione stabilita già sul finire dell'Ottocento, e successivamente conservata, spingeva i giovani a cimentarsi in ruoli diversi: strumentisti, dunque, ma anche direttori d'orchestra e compositori. Ed è l'organizzazione che fa dei teatri e delle orchestre la cinghia di trasmissione dei Conservatori a farlo debuttare come direttore, a ventitre anni, e a permettergli ancora di viaggiare per guidare concerti sinfonici in Inghilterra e negli Stati Uniti. La giovane età lo tiene al riparo dall'impressione di far parte della "vecchia guardia" dell'establishment musicale sovietico e Mikhail Gorbačev, nel 1988, sceglie proprio lui come immagine di una nuova generazione invitandolo a suonare in occasione del suo quarto summit con Ronald Reagan. Tra il 1990 e il 1991, mentre l'Urss si sgretola, Pletnev fonda l'Orchestra Nazionale Russa, primo organismo del Paese indipendente dal sostegno statale, la dirige in Vaticano davanti a Papa Giovanni Paolo II e riceve, poco dopo, il nuovo Premio di Stato della Federazione Russa dalle mani di Boris Eltsin.
Se Pletnev ha camminato al ritmo dei cambiamenti storici, la sua formazione artistica gli ha permesso però di guardare al passato non solo con un atteggiamento di rifiuto, ma anche coltivando un senso di continuità nutrito proprio dalla musica. Una battaglia non ideologica, ma estetica, è stata allora quella che Pletnev ha continuato a condurre in nome della qualità di una produzione musicale giudicata per le opere che ha prodotto. Come direttore, oltre che come pianista, Pletnev ha avuto un'educazione classica, cosa che nell'Unione Sovietica degli anni Settanta significava buona familiarità con le Sinfonie di Šostakovič, anche se magari non con tutte, e ottima conoscenza delle composizioni di Kabalevskij e Khačaturjan, entrambi docenti al Conservatorio di Mosca quando Pletnev vi fece ingresso, come pure di Rodion Ščedrin. Tutti autori, Šostakovič a parte naturalmente, che la dissoluzione dell'Unione Sovietica ha rischiato di inghiottire, non permettendo neppure quel tipo di rivalutazione riservato, in Occidente, ai compositori tagliati fuori dai diktat delle avanguardie.
Pletnev affronta questo repertorio con lo spirito di chi, avendo attraversato un cinquantennio di trasformazioni, sa cogliere gli elementi di continuità fra la musica russa di ieri e di oggi, senza trionfalismi e senza scomuniche. La storia ne ha fatto il testimone di un'epoca che ha bruciato i ponti dietro di sé. In musica, però, quei ponti raccontano di altri passaggi, di esperienze a torto ricondotte ai canoni di un'estetica ufficiale.
Il vento della "nuova semplicità" che ha soffiato nella musica occidentale dagli anni Ottanta trova, anzi, importanti precedenti proprio in autori come Kabalevskij e Ščedrin, che pure è stato il più vicino alla lezione della Scuola di Vienna. Così, scegliendo un repertorio, Pletnev disegna una genealogia del presente: quello a cui non solo la Russia post-sovietica ma tutti, in fondo, apparteniamo.
giovedì 4 dicembre
ore 20.30 – turno rosso
venerdì 5 dicembre
ore 21 – turno blu
Auditorium Rai
Arturo Toscanini
Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai
Mikhail Pletnev
direttore
Beethoven
Sinfonia n. 1
in do maggiore op. 21
Kabalevskij
Colas Breugnon, ouverture op. 24
Šostakovič
Bolt (Il bullone),
brani scelti
Ščedrin
Concerto n. 1
per orchestra
(Naughty Limeriks)