di Nicola Pedone
Ben sette composizioni di Berlioz, dalla Fantasia sulla “Tempesta” (nel Lélio, 1830) a Béatrice et Bénédict (1863), attestano la devozione del musicista francese per Shakespeare, colui che, leggiamo nel linguaggio immaginifico e focoso delle Mémoires, «arrivando all'improvviso, mi colpì come un fulmine […]. Riconobbi il senso della grandezza, della bellezza, della verità drammatica… Io vidi, compresi, sentii… che ero vivo e che dovevo alzarmi e camminare».
Due di queste composizioni shakespeariane fanno parte di Tristia op.18: La mort d'Ophélie e la Marche funèbre pour la dernière scène de Hamlet, rispettivamente seconda e terza pagina della raccolta, che si apre con la Méditation religieuse su una poesia di Thomas Moore. Ma è noto che Shakespeare non fu per Berlioz tanto un interesse culturale, una fonte di ispirazione, quanto una vera e profonda passione in cui - siamo in pieno Romanticismo - arte e vita finirono per confondersi. A partire dal fulmineo e inizialmente infelice innamoramento di Berlioz per l'attrice Harriet Smithson, conosciuta sulle scene parigine nel settembre del 1827 proprio come Ofelia e Giulietta. È altrettanto noto che l'amore inizialmente non corrisposto per la Smithson fu tra i motivi ispiratori della Sinfonia fantastica, che cinque anni dopo i due si sposarono e che il matrimonio non durò. Cercando le ragioni della biografia nella psicoanalisi (prolungamento moderno e scientifico del Romanticismo?), c'è chi ha osservato che l'unione fallì perché Berlioz non stava cercando una donna vera e reale, ma l'Ofelia vista in scena: insomma, una «fissazione erotomaniacale» come scrive per esempio Francesca Brittan in Berlioz and the Pathological Fantastic: Melancholy, Monomania and Romantic Autobiography (2006), giungendo a concludere che «Berlioz divenne letteralmente l'eroe monomaniacale della sua stessa fissazione patologica per il teatro come arte sia dell'immedesimazione, sia della messa in scena».
Ma lasciamo la psicologia e torniamo alla musica, sebbene fosse lo stesso Berlioz ad associare La mort d'Ophélie al declino della ormai non più amata Harriet. La morte di Ofelia musicalmente trasfigurata da Berlioz è una dolcissima, malinconica elegia scritta nel 1842 per voce e pianoforte e ripensata nel 1848 per un coro femminile a due voci e un'orchestra di dimensioni ridotte, animata da un ritmo di barcarola, cui la figurazione di sedicesimi dà proprio il senso dello scorrere dell'acqua. Sempre del 1848 è la Marche funèbre pour la dernière scène de Hamlet. Una tinta decisamente cupa, qui, e un'orchestra più imponente che prevede anche, nella sua destinazione di musica di scena, spari a salve; e di nuovo il coro, ma questa volta senza parole e con le voci maschili, perché in quella “verità drammatica” di Shakespeare, in quella morte di Amleto ci sono, condensati in simbolo, «la nullità della vita, la vanità dei progetti umani, la tirannia del caso, l'indifferenza del fato o di Dio o di tutto ciò che noi chiamiamo virtù, vizio, bello, brutto, amore, odio, genio, stupidità».
giovedì 11 dicembre
ore 20.30 - turno rosso
venerdì 12 dicembre
ore 21 - turno blu
Auditorium Rai
Arturo Toscanini
Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai
Coro Filarmonico di Praga
Christian Arming
direttore
Misha Maisky
violoncello
Lukas Vasilek
maestro del coro
Berlioz
Tristia per coro e orchestra op. 18
Saint-Saëns
Concerto n. 1 in la minore per violoncello e orchestra op. 33
Bartók
Il mandarino miracoloso, pantomima in un atto op. 19