dicembre 2008

teatro regio torino


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Thaïs
Elegia per un'amante perduta

di Aldo Nicastro

Thaïs Il romanzo Paphnuce di Anatole France apparve per la prima volta in tre puntate nel 1889 sulla Revue des Deux Mondes per essere successivamente pubblicato dall’editore Calmann-Levy con il titolo definitivo di Thaïs. Vi si narrava la vicenda, risalente al VII secolo d.C., della cortigiana egizia del titolo che viene sottratta alla sua vita di lussurie dallo stentoreo verbo del monaco cenobita Paphnuce; ma non v’è dubbio che le ragioni dell’inclinazione dello scrittore verso quella storia dovessero indagarsi un po’ nel demone dell’archeologia, così vivo presso la cultura francese della Décadence, e un po’ nella carica di iconoclastia che trapelava dal soggetto (France soleva dire di avere solo due nemici, Cristo e la santità).

A Jules Massenet il romanzo fu suggerito dall’amico Louis Gallet, che sarebbe stato l’estensore della riduzione librettistica; e val subito la pena di annotare cosa dell’elegante prosa dello scrittore parigino fosse in grado di trascorrere nel libretto e cosa viceversa ne dovesse restare escluso: poiché, dopotutto, i conti andavano fatti con la musica di Monsieur Jules.

Thaïs Ora, è appena il caso di dire quanto poco un compositore cresciuto al verbo dell’elegia amorosa potesse consonare con il secco disegno intellettuale di France. Di esso era destinato a mancare, semplicemente, il disincanto di quello spirito scettico per venir sostituito da un’imperterrita vocazione alla musica dei sensi. Non è pertanto fortuito che le sue più redditizie carte di credito la Thaïs massenetiana se le giochi nell’affermare un “assoluto femminile” che tutto assorbe, dichiarando irrisorio, e neppur di grande qualità, il contorno. Non è davvero in grado di mutar le carte in tavola infatti il cenobita Paphnuce, qui ribattezzato Athanaël, il quale sbraita per i tre quarti dell’opera contro la dissoluta protagonista e i suoi festini alessandrini con una musica di anonima vociferazione, ma nel momento in cui la giovane «belle dame sans merci» si converte al suo verbo egli pensa bene di convertirsi a quello di lei; in altre parole, scopre quanto la seduzione sia più desiderabile della predica.

È tuttavia da ammettere che, al di là dell’acclarato potere incantatorio della presenza femminile, almeno una componente del romanzo di France rivive intatta nella partitura di Thaïs, ed è il sapore di orpelli pagani e notti d’Africa cui questa musica si dichiara naturaliter affine. Giova ascoltare in tal senso la deliziosa introduzione al quadro secondo dell’atto secondo, ove s’effonde l’aura di soporifera mollezza africana creata da oboe, corno inglese, tamburo arabo e campanelli; o l’altrettanto umoroso divertissement allestito da Nicias e i suoi compagni d’orgia in onore di Thaïs: sei piccoli numeri vocal-strumentali di preziosa tornitura dominati dall’estro della rievocazione archeologica come in un Berlioz redivivo.

Composta a Pourville tra il 1892 e il 1893, Thaïs ebbe la sua prima esecuzione all’Opéra il 6 marzo del 1894 con un tiepido consenso di pubblico e critica, sì da indurre il musicista ad alcune varianti e aggiunte per una seconda versione del 1898 che comprese la scena dell’oasi con cui si apre l’atto terzo. Di quella première un episodio imprevisto si ricorda, che parve specialmente consono alla natura dell’opera: durante la scena del primo ingresso di Thaïs un gancio del costume di scena della protagonista, l’avvenente Sybil Sanderson, cedette e consentì agli astanti di godere uno spettacolo fuori programma, ovvero i seni della cantatrice. Avrebbe commentato il critico Willy: «Ciò permise di vedere M.lle Sanderson nuda sino alla vita.
Ella, molto imbarazzata dall’incidente, non sapeva da quale seno incominciare e a quale senovolgersi per primo».




mercoledì 3 dicembre
Piccolo Regio Puccini
ore 17
Incontri con l'opera
Thaïs
a cura di Aldo Nicastro

La nuova produzione
di Thaïs è realizzata
con il sostegno
di Fondazione CRT