dicembre 2008

teatro regio torino


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Nel viaggio spirituale di Thaïs il pubblico è spettatore di se stesso

di Stefano Poda *

Stefano PodaCon Thaïs si possono cercare le Indie e scoprire le Americhe. Si può partire dal Flaubert della Tentation de Saint-Antoine, passare per Anatole France ma, attraverso il Bergotte della Recherche, arrivare all'illuminazione proustiana del Temps Retrouvé, guidati dalla partitura di Massenet che da Gounod, Wagner, Musorgskij mostra la strada di Fauré, Debussy. Thaïs resta spesso imprigionata nella ragnatela dell'eroina "maledetta", della reincarnazione della femme vampire tanto di moda nel secondo Ottocento, con la sfilza di Salambô, Salomé, Hérodiade, Dalila, (e anche Carmen, Manon). Invece il respiro di Thaïs è molto, molto più vasto, superando "al di là del bene e del male" certo manierismo dell'inventario decadente sull'esotismo sensuale e il facile schematismo manicheo tra ascesi e seduzione.

Riconducendo la metafora mistica a profonda esigenza di conoscenza interiore, la storia è quella di un viaggio spirituale, di un viaggio di formazione con il suo divenire attraverso il piccolo e grande mondo, di un Werdengang che è quello di tutti noi e che fa in modo che lo spettatore diventi spettatore di se stesso e della propria storia. Non che alla fine vi sia una redenzione: evitando il pericolo dei simboli mostrati e di riflessioni troppo evidenti, tutto può essere molto relativo.

In teatro, nell'opera soprattutto, la meta non è la somiglianza esteriore, ma la verità. E la verità artistica è diversa da quella della vita. Schiller diceva che la tragedia è l'imitazione poetica di un fatto umano e pertanto ha una finalità poetica. La verità della vita si eleva dunque a un livello superiore e diviene astratta.

Nei nostri giorni, nonostante l'arte dal Novecento in poi si sia proclamata astratta, il cinema per esempio, codice universalmente quotidiano, ci ha ricolmato e condizionato la vista con immagini che sono e restano descrittive. Così che lo spettatore si aspetta di trovare anche sul palcoscenico una cronologia conchiusa di eventi, chissà un rimando sentimentale, qualcosa di verificabile, impoverendo il respiro della riflessione che dovrebbe invece portare alla scoperta individuale. È veramente strano come in epoca post-moderna, un secolo dopo Proust e Joyce, ci si dimostri così afferrati a leggi aristoteliche e griglie cartesiane che rappresentano un hic sunt leones da non varcare se non per gioco. Assurdamente, lo spettatore contemporaneo non è disturbato dall'apparente attentato alla logica comune rappresentato dall'opera, in cui non si parla ma si canta e in cui i tempi drammaturgici non coincidono con quelli musicali. È un codice accettato e mai discusso. Anche gli "adattamenti" si giustificano, pur applicandovi le convenzioni di sempre e ostinandosi a dare una spiegazione narrativa a tutto quanto senza rispettare il mistero della vita e dell'arte che forse consiste proprio nella "non-comprensione".

Compito della messa in scena - ossia il dar corpo alla musica che non lo possiede - dovrebbe consistere nello scoprire un parallelismo all'effetto spirituale, inseguendo così la ragione in cui risiede l'universalità dell'opera d'arte. Ovviamente una cosa è luce, altra è coscienza e la problematica non è di facile soluzione: è necessario un lungo cammino di ricerca.
Considerando che non può, né deve esistere un'interpretazione assoluta di un'opera d'arte, a maggior ragione nel caso dell'opera (intesa come sommatoria di generi e non come dissociazione egoistica di ciascuno di essi) non esistono messe-in-scena definitive. La partitura è eterna, mentre la sua rappresentazione è peritura: ha valore in un contesto storico-sociale-culturale a breve durata nel quale e per il quale si genera.

Come rendere allora comprensibile sul palcoscenico la stesura del patto tra cultura attiva e cultura ferma, tra fede e obiettività? Soprattutto oggi, in un'epoca stravolta da una rivoluzione informatica che fa sembrare tutto così facile da renderlo inutile e che è stata così veloce da non aver ancora permesso l'elaborazione di una struttura morale capace di comprenderla e contenerla; in un'epoca in cui la clonazione o la chirurgia estetica rendono tanto più accessibili quanto più irrisolte le grandi tematiche eterne dell'umanità… Dice Pessoa: «Pensare è non comprendere».
Così si alza il grido lacerante di una Thaïs alla ricerca di qualche sorta di verità, che in questo tempo confuso, che vuole essere nuovo, decide di non alienarsi.
Così il simbolo viene offerto come una sorta di strumento ottico affinché chi vede e ascolta, veda e ascolti la storia della sua propria anima, nel miserere della civiltà delle parole e delle immagini sprecate, dove Eros si crede libero e Thanatos rimosso.

*Regia, coreografia, scene, costumi e luci di Thaïs