di Giorgio Pestelli
È incredibile quanto un uomo come Massimo Mila, così schivo e lontano da ogni culto dell'apparenza, potesse essere tanto affascinante. La prima cosa che colpiva i giovani che lo leggevano mezzo secolo fa, rispetto a quant'altro avessero conosciuto, era che lui dava l'impressione di arrivare alla musica da lontano, da fuori del cerchio tecnico; non era solo l'aureola dell'antifascista o dello scalatore, era un fatto di stile, dovuto al suo parlare di taglio, restando fuori dalla gergalità della materia; e quindi con straordinaria chiarezza; ma ancora di più della chiarezza affascinava la capacità di trasmettere anche in un articolo di venti righe un concetto solido, un'idea che, partendo dall'occasione musicale, andasse a compromettersi in argomenti di avvincente sostanza umana; per questo, un giovane che oggi volesse farne la prima conoscenza, dovrebbe incominciare a leggere le Lettere dal carcere 1935-1940 e gli Scritti civili, entrambi nel catalogo Einaudi, prima di passare ai suoi capolavori saggistici, l'intramontabile Breve storia della musica (1946!), le Cronache musicali, ammirevole diario d'intelligenza critica, e poi le pagine su Verdi, Rossini, Brahms, Mozart, Stravinskij e i maestri del Novecento su cui tutti si sono formati.
Insegnante al Conservatorio e all'Università della nostra città (ma non amava sentirsi dare del Maestro!), critico musicale di settimanali e quotidiani, saggista, scrittore, traduttore di classici tedeschi, consulente editoriale, amico di interpreti e compositori che ne richiedevano consigli e giudizi: ogni settore della sua attività tuttavia non stava a sé, ma si risolveva e si rispecchiava negli altri aspetti; Mila non ha mai appeso al suo cervello il cartellino “occupato”, come avviene agli specialisti. Nemico giurato del Gran Sussiego, era di una simpatia senza limiti, permeata di umorismo e di gentilezza d'animo; da qui il suo rifiuto della stroncatura rozza, insultante, che tanto piace ai lettori dozzinali, cui preferiva il ragionamento che denunciava, anche con estrema franchezza, lacune ed errori, ma sempre utilizzandoli a fini culturali: come la sua demolizione della regia della Callas ai Vespri siciliani per la riapertura del Regio nel 1973, che irritò non poco la Divina nella sua unica e poco fortunata apparizione torinese.
Certo, in vent'anni molte cose sono cambiate, e alcune rovinosamente: come il sormontare degli interpreti sulle musiche eseguite, al punto che oggi capita spesso di non trovarle nemmeno indicate nei comunicati stampa; è già tanto se sono citati i compositori, ma all'ombra di esecutori che trionfano a caratteri di scatola («in vita mia – diceva – non sono mai andato a un concerto senza sapere prima cosa si suonava»).
Eppure anche oggi non l'avremmo sentito lamentarsi: detestava i piagnistei, i rimpianti che non ci sono più i tenori e i pianisti d'una volta, come fanno i critici per salire su un piedestallo; Mila non saliva su piedestalli, stava in platea assieme al pubblico, integrando la sua personalità con quella del prossimo.
Città di Torino
Unione Culturale
Franco Antonicelli
in collaborazione con
Conservatorio
Giuseppe Verdi
Sezione Cai di Torino
Museo Nazionale
della Montagna
Gruppo Occidentale Cai
martedì 2 dicembre 2008
Conservatorio G. Verdi
piazza Bodoni
ore 15
MASSIMO MILA
1910-1988
CULTURA, POLITICA, AMORE PER LA MONTAGNA