dicembre 2008

editoriale


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Obama, Torino e la musica

Nicola CampograndeMentre chiudiamo in tipografia questo numero di "Sistema Musica" ci raggiunge la bella notizia della vittoria di Obama alle elezioni americane. I giornali che la riportano, purtroppo, dedicano anche spazio alla crisi economica mondiale e a quella che sta investendo il nostro paese, con Torino tristemente in prima fila. Ci sono pochi soldi, molta gente sta perdendo il lavoro, ci aspettano vacche decisamente magre. E dunque tocca fare delle economie, magari - come suggerisce qualcuno - cominciando con il ridurre il budget per la cultura.

Ora, io ho due figlie piccole e se leggo la frase «meglio una mostra in meno e un asilo nido in più» ho un'istintiva difficoltà a pensare che sia sbagliata. E però, se mi fermo un istante a riflettere, anche sull'onda della vittoria di quello che all'inizio della campagna elettorale era il meno probabile dei candidati alla presidenza americana, mi dico: siamo sicuri che la soluzione sia quella di utilizzare i pochi soldi per tentare di rilanciare la produzione industriale? O per sostenere ad libitum il sistema bancario? È proprio quella la priorità?

Me lo domando perché la crisi nella quale siamo sprofondati nasce all'interno di quel sistema, non da un'inondazione o da un'invasione di cavallette; e dunque, volendo provare a guardare un po' più lontano dell'emergenza, io mi chiedo: siamo sicuri che la soluzione sia quella di operare per cercare di ricostruire tout court il sistema che ha generato la propria crisi? Oppure, chissà, possiamo anche noi accarezzare un sogno e pensare che proprio la cultura e l'istruzione (ministro Gelmini permettendo…) sono le chiavi per cambiare il nostro modo di fare, la visione che hanno le classi dirigenti, la mancanza di etica che ha guidato le pessime scelte strategiche globali? Un concerto, una mostra, un'opera, uno spettacolo teatrale, in sé, non cambiano la testa di nessuno; tutti insieme, però, servono a costruire un corpo sociale, una comunità di persone che si riuniscono per ragionare ed emozionarsi insieme, per pensare e discutere di argomenti forti, per dare una voce, un suono, un'immagine al mondo che vorremmo. Vi vogliamo rinunciare?

La nostra società è erede di generazioni che hanno stretto la cinghia per far studiare i figli; e a me sembra che lo sforzo abbia dato i suoi frutti. Non abbiamo voglia di immaginare anche noi un futuro più ricco, più luminoso, più intenso?
Non vogliamo provare a pensare che ciò di cui abbiamo più bisogno oggi sono le idee?