febbraio 2008

unione musicale


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Il Britten notturno
della Serenata per tenore, corno e archi

di Alessio Tonietti

AltenbergNel variopinto mosaico di tic, nevrosi, eccentricità di cui fanno sfoggio molti compositori del Novecento, spicca una particolarità molto prosaica e banale che critici e giornalisti non hanno mai perdonato a Benjamin Britten: il fatto che dormisse tranquillamente di notte. In un’intervista radiofonica del 1952, il giornalista chiese ripetutamente, arrivando quasi alla supplica, se il più grande compositore inglese del suo tempo non trascorresse tormentate veglie notturne alla ricerca di un’idea musicale, ricevendo immancabilmente risposte come: «La notte è fatta per dormire e il giorno è fatto per comporre». Assumendo le tinte del grottesco, la conversazione si spostò intorno alle sue numerose composizioni dedicate alla notte – fra cui anche la Serenata per tenore, corno e archi – e all’inevitabile ruolo dell’“incubo” nella vita artistica e umana del musicista, ottenendo finalmente la capitolazione del compositore che ammise, a malincuore, l’influenza dei tormenti onirici. Andando oltre la singolarità degli episodi, vale forse la pena chiedersi: che cos’è che realmente non veniva perdonato a Benjamin Britten?
A ben guardare, molti aspetti della sua personalità non combaciavano con lo stampino del tipico artista d’avanguardia. La sua abitudine a comporre passeggiando per i sentieri della campagna inglese, suggerendo pericolosamente che la bellezza di un paesaggio potesse ancora conservare qualche promessa. L’entusiasmo e l’applicazione con cui si cimentava in composizioni per bambini, arrivando ad affermare che «i giovani compositori devono scrivere per i giovani ascoltatori, è così che si impara la tecnica». La disponibilità a produrre musica per le occasioni più “basse” come programmi radiofonici, umili pellicole cinematografiche o banali feste di paese. E, infine, l’uso disinvolto ma non vincolante della dissonanza. A differenza di molti suoi contemporanei, Britten non tratta la dissonanza come unico mezzo per gridare “più in là!”, ma come una risorsa in mezzo ad altre, o forse come inevitabile calligrafia di uno stato d’animo.
Accadde così che il mondo culturale, ma non i suoi colleghi – si badi bene – , si accinse ad aspettarlo al varco, per cogliere il momento in cui il suo magistrale artigianato avrebbe prodotto un vaso incrinato, per assistere alla decisione di cedere le armi all’incubo e all’inconscio, come tutti coloro che venivano considerati veri artisti. I critici del suo tempo – e del nostro – poterono gongolare soddisfatti quando, nel 1954, The turn of the screw mise in scena due voci bianche, da Britten tanto amate, per esprimere sentimenti infantili ambigui e ripugnanti, svelando le reali perversioni del compositore. Allo stesso modo, nel 1973, La morte a Venezia eliminò qualsiasi ragionevole dubbio sulla sua omosessualità, fino ad allora accuratamente celata. Eppure qualunque ascoltatore può accorgersi della bellezza e della profondità delle opere giovanili di Britten, seppur così innocenti e stilizzate nel loro tentativo di esorcizzare l’inquietudine, senza mai negarla.
La Serenata del 1943, scritta per l’amico cornista Dennis Brain, allora costretto a servire l’aeronautica inglese in piena Seconda Guerra Mondiale, è composta da sei brani vocali su testo di poeti inglesi. Le sei liriche (fra le quali uno splendido sonetto di Keats) attraverso la musica di Britten diventano delicate invocazioni alle ombre notturne, incorniciate da un breve intervento del corno solo, riproposto poi nella conclusione con lo strumento nascosto dietro le quinte. E forse la vera Serenata è proprio questa: il canto d’addio di un’innocenza svanita che si arrende al potere dell’incubo ma che non accetta di essere dimenticata. «O delicata fragranza della limpida mezzanotte, (...) salvami, salvami dalla coscienza curiosa che ancora signoreggia e sigilla il celato scrigno della mia anima» (Keats).

Benjamin Britten occupa un posto speciale nella carriera di Ian Bostridge, a partire dal debutto lirico del 1994 con A Midsummer Night’s Dream al Covent Garden, per passare all’interpretazione di Quint nel Giro di vite, fino alla straordinaria incisione della Serenade per la EMI.
Primo corno alla Fenice di Venezia e al Comunale di Cagliari, a soli ventitré anni Alessio Allegrini venne chiamato da Muti alla Scala di Milano: una carriera fulminea, la sua, che lo vede oggi anche primo corno solista dell’Accademia di Santa Cecilia e primo corno solista ospite dei Berliner Philharmoniker.
Nato nel Galles nel 1970, Paul Watkins si afferma sulla scena internazionale come violoncellista, parallelamente si propone in veste direttoriale imponendosi all’attenzione del pubblico fin dal 2002, quando vinse il Leeds Conducting Competition. Assidua la sua collaborazione con l’Orchestra di Padova e del Veneto, che nel corso dei suoi 40 anni di attività si è ritagliata un ruolo di rilievo nel panorama cameristico nazionale e internazionale.




mercoledì 20 febbraio
Conservatorio
ore 21
serie pari
Orchestra di Padova
e del Veneto
Paul Watkins
direttore
Ian Bostridge tenore
Alessio Allegrini corno
Musiche di Haydn, Mozart, Tippett, Britten