Il Curtis Institute è un edificio dei primi del Novecento, situato in una stradina tranquilla del centro di Filadelfia. Sarebbe quello che gli americani chiamano manor, una residenza signorile, dove un tempo abitava Mary Louise Curtis Bok, unica figlia di Cyrus H. K. Curtis, editore di alcuni tra i più popolari giornali del paese come “The Saturday Evening”, “Post” o “The Ladies Home Journal”. Erede di una delle maggiori fortune d’America, Mary Louise insegnava musica ai bambini poveri di Filadelfia, spesso abbastanza dotati di talento da poter tentare una carriera musicale. Nel 1924, con il consiglio artistico di gente come Leopold Stokowski e Josef Hofmann, decise d’impegnare il suo capitale per fondare un istituto, allo scopo di formare al più alto livello professionale i giovani che fossero o meno in grado di pagarsi gli studi. Molto semplice e molto americano, ma funziona ancora oggi. Entrando, sembra di essere accolti in casa della signora Curtis. Ritratti alle pareti, vecchi scaloni di legno che portano ai piani superiori, sulla destra la grande sala da pranzo con camino, dove probabilmente l’arredamento non è mai cambiato dagli anni Venti. Qui gli studenti sono sempre centosessanta circa, divisi tra strumentisti e cantanti, più qualche aspirante compositore e direttore d’orchestra. Ogni anno si tengono le audizioni e vengono giovani da ogni parte del mondo. Quando si libera un posto, il migliore tra gli aspiranti entra a far parte della famiglia del Curtis e ci resta finché i maestri decidono che l’allievo sia pronto per spiccare il volo. Se un ragazzo ha problemi a pagarsi l’affitto di un appartamento o ha bisogno di un prestito
per comperare lo strumento, una borsa di studio risolve il problema. Chi è abbastanza bravo per rimanere nel Curtis non verrà mai mandato via per mancanza di soldi.
Hilary Hahn è entrata qui dentro a dieci anni e ne è uscita a diciannove, quando aveva già inciso il suo primo disco e il suo nome era già noto a livello internazionale. Chi ha sentito suonare gli allievi del Curtis, in uno dei concerti solistici o da camera che si tengono regolarmente due o tre volte la settimana, non si stupisce che Hilary Hahn possa suonare un programma con cinque delle maggiori Sonate per violino del repertorio. Personalmente la reputo un mostro di bravura, anche se forse ha un tantino l’aria della prima della classe. Può darsi che sia la tradizione delle Hilary americane: belle, brave e inappuntabili. (o.b.)