febbraio 2008

l' editoriale


Torna all'indice dei contenuti

La precisione del nulla

CampograndeDi che cosa parliamo quando analizziamo un’esecuzione? Che cosa ci guida quando scegliamo un interprete piuttosto che un altro? Quali sono i nostri punti di riferimento quando ci lamentiamo perché un soprano ha “rallentato troppo”, un pianista ha “fraseggiato male”, un direttore d’orchestra “non ha evidenziato i contrasti” o quando, più semplicemente, sentiamo che un’interpretazione non ci appartiene, che rappresenta il passato, che oggi abbiamo bisogno di altro?
Chiederselo forse non è così stupido. Perché da un lato siamo tutti d’accordo sul fatto che la musica assomigli solo a se stessa, e dunque non esistono canoni oggettivi che la possano definire (per capirci: la musica non può assomigliare a un albero e quindi essere eseguita in modo frondoso); dall’altro nella pratica musicale noi andiamo cercando una declinazione precisa dell’indicibile, un modo adeguato, riuscito, il più possibile esatto per pronunciare ciò che per noi sono le emozioni, le idee, gli stati d’animo. Dunque chiediamo agli interpreti di farci vivere in modo puntuale, privo di errori, inequivocabile, qualcosa che non sappiamo definire in altro modo. Non lo possiamo dire altrimenti, non lo possiamo vedere o toccare, ma vogliamo che suoni così, esattamente così, e per questo ci appassioniamo, ci schieriamo, qualche volta ci accapigliamo.
La cosa intrigante è che mentre siamo collettivamente coinvolti a scrivere le nuove pagine della storia del gusto, mentre con i nostri applausi o i nostri fischi aggiorniamo la storia dell’interpretazione, stiamo facendo appello a qualcosa di ignoto, di nascosto, di necessariamente non conoscibile. Da tempo ci hanno spiegato che la nostra è un’epoca di interpretazioni più che di creazioni, che il nostro modo di vedere le cose è ciò che ci caratterizza; molto più difficile però è capire che cosa ci porta ad apprezzare un’interpretazione piuttosto che un’altra, a dire tutti insieme che “Beethoven così non si suona più” o che “questo è il modo di affrontare Mozart”.
Ci influenza la velocità delle comunicazioni? Il rimpianto per un passato mitizzato? Siamo suggestionati dall’alta fedeltà? Influisce l’esplosione della popular music? Ci spinge la crescente voglia di spiritualità? È una conseguenza del disincanto generale?
Forse sono tutte queste cose insieme. Forse molte altre. Certo è che gli esiti sono curiosi: sentiamo in molti che in passato si faceva in altro modo, che oggi si deve fare così e cosà, ma non sappiamo perché.
Voi che cosa ne pensate?