di Andrea Malvano
Dietro i suoni si nascondono i numeri. È una vecchia storia, nota fin dai tempi di Archimede. Ma il problema, altrettanto antico, è che in musica due più due non fa mai quattro. Semyon Bychkov lo sa bene; è figlio di uno scienziato, e ha cominciato a conoscere i segreti della musica all’Accademia delle Scienze di Leningrado. In un ambiente del genere difficilmente si può crescere senza sapere che gli intervalli musicali sono basati su proporzioni matematiche. Eppure, fin da giovanissimo, Bychkov non ha saputo resistere al fascino irrazionale che si nasconde dietro la più ineffabile di tutte la arti; quella forza che ti spinge a salire su una sedia della cucina con una bacchetta in mano senza sapere nemmeno il perché, a sentirti a tuo agio sullo sgabello di un pianoforte quando le gambe non arrivano ancora ai pedali, o addirittura a farti fermare dalla polizia sovietica a soli diciassette anni per aver tentato di entrare a un concerto diretto da Herbert von Karajan passando dal camerino delle signore. Bychkov non ha mai avuto scelta: la sua vocazione alla musica non ha niente a che vedere con i numeri e i calcoli. Costretto a fuggire nel 1975 da un’Unione Sovietica che non aveva ancora imparato a valorizzare i suoi artisti, Bychkov è diventato cittadino del mondo grazie alla sua arte. Prima gli Stati Uniti, poi la Francia, quindi l’Italia e la Germania; ovunque la sua bacchetta ha lasciato segni indelebili. Anche con la Wdr Sinfonieorchester Köln, l’orchestra della radio tedesca di cui Bychkov è direttore principale, la passione è nata senza troppi calcoli: un amour de loin sbocciato all’ascolto di un cd.
È andata davvero così maestro Bychkov?
«Sì, era la Quarta sinfonia di Schumann. Proprio quest’anno ricorrono i dieci anni da quel primo incontro con la Wdr Sinfonieorchester Köln: abbiamo festeggiato con un’esecuzione e un’incisione della Messa da requiem di Verdi, a cui ha partecipato anche il Coro del Teatro Regio di Torino».
Quale ruolo deve avere oggi l’orchestra di una radio?
«È un ruolo molto importante. Grazie all’apporto della tecnologia la musica può raggiungere un pubblico molto più vasto. La sala da concerto si può ampliare: un’opportunità fondamentale per allargare l’interesse per la musica».
Lei ha ricominciato più volte la sua carriera: prima negli Stati Uniti, poi in Francia, quindi in Italia e in Germania. Che significato ha avuto questo nella sua vita?
«Anche se ho ricominciato più volte, sono rimasto sempre lo stesso. Ma ripartire da capo, passando attraverso culture diverse, mi è servito per esplorare me stesso, per arricchire la mia personalità attraverso la conoscenza di tutte le persone che mi stavano vicino».
Oggi lei è cittadino americano. Torna spesso in Russia?
«Non molto. Per parecchi anni non ho potuto mettervi piede. Solo dopo l’avvento della perestrojka ho cominciato a ritornare nel mio paese nativo».
Il programma che propone per i Concerti del Lingotto parla russo, con Stravinskij, ˇSostakoviˇc e Glazunov. Come è cambiata la sua lettura di quel repertorio rispetto a quando viveva in Russia?
«Quando ho lasciato l’Unione Sovietica, mi si è presentata la straordinaria opportunità di allargare i miei orizzonti culturali. A Stravinskij è successo qualcosa di molto simile: nato in Russia, ha poi conosciuto a fondo l’Occidente, la Francia, gli Stati Uniti, senza perdere mai le sue radici culturali. Il mio modo di interpretare il repertorio russo è cambiato grazie alle esperienze che ho potuto fare in giro per il mondo. La musica e la vita sono fattori interpretabili e io credo che i musicisti, in qualche modo, debbano interpretare le esperienze vissute».