Il progetto si chiama East meet West e ruota intorno al flautista Massimo Mercelli, amico e collaboratore di Philip Glass. Coinvolgendo professionisti di caratura internazionale, il poliedrico musicista studia e diffonde i tesori musicali delle più antiche tradizioni asiatiche.
«Il terreno su cui ci muoviamo più spesso è quello delle culture “in conflitto”. Mettiamo in piedi programmi in cui convivono, ad esempio, musiche turche e armene, oppure israeliane e libanesi. Recentemente, abbiamo suonato davanti alle Nazioni Unite per incoraggiare i negoziati in Palestina e abbiamo proposto repertori arabi ed ebraici».
Per questa elasticità culturale si sente debitore verso Philip Glass?
«Assolutamente sì. È stato lui il primo “ponte” fra l’Europa e l’Asia,
per quel che riguarda la musica. La Sacred Taoist Dance, che abbiamo inserito in programma, mi è stata consegnata appositamente per questo progetto».
Per quel che riguarda la musica indiana, oggetto della serata torinese, quali difficoltà ha incontrato nell’assimilare una tradizione così complessa e, inevitabilmente, lontana?
«Come ogni musica che preveda improvvisazione, le difficoltà si superano suonando insieme. Il loro sistema di notazione è indecifrabile per un occidentale, mi sono quindi trovato a dover apprendere per imitazione. Queste improvvisazioni si appoggiano ai raga, ossia a particolari tipi di scale, corrispondenti a stati d’animo o a scenari naturali. Ne esistono più di centoquaranta. Puoi trovare il raga “della rugiada”, “del tramonto” ma anche quello “della tristezza” e “della speranza”».
Immagino che l’assimilazione non possa essere solo tecnica...
«Il passo più difficile consiste nel calarsi in un diverso senso del tempo. I cambiamenti, il senso del movimento sono più lenti, più morbidi. Cambia il tempo del pensiero, quindi anche il tempo della musica». (a.t.)