di Grazia Paganelli
Fin dal suo esordio dietro la macchina da presa, Herzog ha considerato la dimensione sonora e musicale come il primo e più importante indice del successo o dell’insuccesso di un film. In Segni di vita, il primo lungometraggio realizzato da Werner Herzog nel 1968, la musica assume un’importanza determinante, e non solo relativamente all’aspetto tecnico-estetico, ma anche all’interno dei meccanismi narrativi del film stesso. Le note di Chopin, che il protagonista ascolta quasi per caso passeggiando per le strade deserte dell’isola greca di Kos, risuonano come un’improvvisa scossa, un segno fondamentale che spinge la vicenda in una direzione, quasi impensabile, di follia e di liberazione. La musica, dunque, emerge come elemento necessario a illuminare le immagini, a esaltare i gesti e le invenzioni di un cinema che si mette continuamente in gioco, che è scoperta e sfida, inquadratura dopo inquadratura.
Non stupisce che, pochi anni dopo, nasca un capolavoro di intensità come Fata morgana, viaggio attraverso le zone più inospitali del deserto del Sahara alla ricerca di un modo nuovo di osservare le immagini del mondo. E per vedere di più è necessario che la musica guidi il nostro sguardo e lo elevi all’altezza di un’astrazione che è essa stessa poesia. «Un’immagine non cambia di per sé quando ci metti la musica – spiega Herzog –, ma con Fata Morgana mi sono reso conto che le immagini avevano una qualità e un’atmosfera particolari, che potevano essere viste più chiaramente quando ad accompagnarle c’era un certo tipo di musica. La musica cambia la prospettiva del pubblico, lo mette nella condizione di vedere cose e sperimentare emozioni che prima non c’erano. Ovviamente questo meccanismo può funzionare anche in senso inverso: se scegli le giuste immagini, un brano di musica che si crede di conoscere può essere completamente trasformato e risuonare con un nuovo significato». La musica, dunque, diventa lo strumento per trasfigurare la realtà, per approfondire la percezione delle immagini, per creare quei cortocircuiti che trasformano i suoi film in esperienze dei sensi.
Fondamentale è stata la collaborazione con il leader dei Popol Vhu, Florian Fricke, cui si devono le musiche di film come
L’enigma di Kaspar Hauser, La grande estasi dell’intagliatore Steiner, Fitzcarraldo o Nosferatu, il principe della notte. «Florian Fricke componeva musiche che consentivano al pubblico di visualizzare ciò che è nascosto nelle immagini e nelle nostre anime. In Aguirre volevo un coro che risuonasse come da un altro mondo, come quando, da ragazzino, camminavo di notte pensando che le stelle stavano cantando. Allora Florian usò uno strano strumento chiamato choir-organ. Il suono era molto simile a un coro umano ma possedeva anche una sorta di artificiale e misteriosa qualità».
Herzog ha poi dedicato un film alla figura di Carlo Gesualdo da Venosa (Gesualdo, morte per cinque voci), colpito dalla forza dirompente e modernissima del Sesto libro dei suoi Madrigali. «Improvvisamente Gesualdo sembra fare un salto di quattrocento anni in avanti rispetto al suo tempo, componendo un tipo di musica che avremmo iniziato ad ascoltare solo a partire da Stravinskij. Ognuna delle cinque voci di cui si compongono questi Madrigali, se ascoltata individualmente, sembra perfettamente normale, ma, combinata insieme alle altre, suona assolutamente all’avanguardia».
Oltre a Fricke, sono molti i musicisti con cui Herzog ha avviato una prolifica collaborazione; vanno citati, almeno, il violoncellista e compositore Ernst Reijseger (cui si devono le musiche de L’ignoto spazio profondo e de Il diamante bianco) e il compositore John Tavener, autore delle musiche di Pilgrimage, splendido cortometraggio sulla religione e sulla preghiera. «Tavener aveva sempre rifiutato di scrivere musica per film, ma in questo caso non si trattava né di scrivere musica per film né, da parte mia, di fare un film per la sua musica. Bisognava fare in modo che la musica e le immagini trovassero un terreno comune. Volevo una musica che avesse una profondità spirituale, che sembrasse adeguata alla preghiera e alla religione».
Il Museo Nazionale del Cinema organizza dal 15 gennaio Segni di vita – Werner Herzog e il cinema (a cura di Alberto Barbera, Stefano Boni e Grazia Paganelli), un omaggio a uno dei registi più interessanti ed estremi del nostro tempo, che nel 2007 ha festeggiato i quarantacinque anni di attività. La rassegna prevede la retrospettiva completa di tutti i suoi film (trentaquattro dei quali ristampati per l’occasione dal Museo Nazionale del Cinema a partire dai negativi originali), un’ampia monografia dedicata all’analisi dell’opera del regista, una mostra “multimediale” ospitata alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo (16 gennaio-10 febbraio) e il cine-concerto Requiem for a Dying Planet il 17 gennaio. Contemporaneamente, presso la Scuola Holden, Werner Herzog sarà protagonista di un laboratorio di cinema e scrittura.