Mi è capitato di ripensare al modo in cui Brahms guardava alla storia della musica. Che era singolare, per l’epoca, perché il Maestro non considerava il flusso dei secoli come un processo evolutivo, non pensava a un compositore come a un sacerdote della propria epoca, non riteneva che le opere musicali potessero essere capite soltanto se messe in relazione con la particolare situazione storica dalla quale avevano avuto origine. Niente di tutto questo: Brahms concepiva la storia della musica come un albergo con tante camere, una per ogni capolavoro, indipendentemente dall’epoca della composizione. E dunque i compositori che lo avevano preceduto non erano prodromi, antenati, predecessori, ma colleghi, formidabili colleghi che gli sembravano presenti e in agguato, giudici severi delle opere che lui andava creando (e Beethoven, in particolare, gli faceva paura da matti). Ci ripensavo perché oggi, con la complicità della Rete, viviamo davvero in un mondo percepito così come Brahms lo percepiva, un mondo di presenze simultanee nel quale le distanze storiche sono azzerate.
L’ultimo segno in questo senso arriva dalla Deutsche Grammophon: lo scorso dicembre la mitica etichetta gialla ha reso disponibili sul suo sito tutte le registrazioni del proprio archivio, acquistabili movimento per movimento, come è abituale fare nello shopping
in mp3. Il Tema con variazioni della Prima sonata per violino
di Beethoven costa 1,29 euro; l’Allegro con brio 1,99 euro (perché
è più lungo); la Canzona di ringraziamento del Quartetto op.132 addirittura 2,99 euro (ma dura più di un quarto d’ora).
A vederle lì, tutte allineate, riga dopo riga, mescolate con 600 dischi da tempo fuori catalogo e immediatamente disponibili sotto il proprio mouse, quelle registrazioni mi sembrano la rappresentazione perfetta della visione storica di Brahms: sono “musica permanente”, passato che si fa presente, cronologia che si annulla. E ho l’impressione che, sotto la spinta di tutto questo, anche il nostro modo di scrivere, suonare e ascoltare musica si stia modificando, che ci importi sempre meno la quota di rappresentatività storica di una partitura a favore di una sua bellezza assoluta, senza tempo. Che non ci interessi più tanto ascoltare Orlando di Lasso come rappresentante del Cinquecento ma semplicemente lo si insegua come compositore di pagine splendide; che non ci venga voglia di sapere tutto sui moti rivoluzionari boemi per spiegarci Smetana, visto che poi la sua musica è comunque così bella.
Forse mi sbaglio, ma ho l’impressione che tutto questo stia accadendo. E che non sia necessariamente un male.
Voi che cosa ne pensate?