intervista
di Stefano Valanzuolo
Quando si dice la fedeltà… «Sono 24 anni che aspetto di mettere in scena quest'opera. Finalmente ci riesco, e la cosa mi gratifica molto». Chi parla così è Lorenzo Mariani, regista di allestimenti importanti, già partner - tra i tanti - di Abbado, Gardiner, Chung. Segni particolari: una passione smodata per Edgar. «Nel 1984 - racconta - fui invitato dal Cantiere di Montepulciano a firmare la regia di questo titolo pucciniano, e me ne innamorai. Si trattava della versione in tre atti, quella corrente, insomma, rielaborata nel 1905 dall'autore ed edita da Ricordi. Documentandomi in vista dell'impegno, però, appresi dell'edizione milanese originale in quattro atti, ripresa solo una volta a Lucca. Mi affascinò subito l'idea di poter far rivivere la prima stesura dell'opera, resuscitandola da un oblio inspiegabile. Iniziai una caccia forsennata alla partitura del 1889, fino a trovarla, sia pure in riduzione per canto e pianoforte, a casa di Carlo Felice Cillario».
Il resto è quasi storia di oggi…
«Quasi, sì. Fu Marco Tutino a suggerire a Ricordi, nel 2005, la ricostruzione della versione in quattro atti partendo dallo spartito pianistico. Poi, il recente ritrovamento del manoscritto originale pucciniano è arrivato come un vero coup de théâtre: finalmente quello di Torino sarà l'Edgar che nessuno aveva più ascoltato da quella sera di 119 anni fa, alla Scala. Per me, è un sogno che si avvera, dopo tanti sforzi».
Eppure, quest'opera che a lei piace tanto non riuscì mai a soddisfare lo stesso Puccini, che all'amica Sybil Seligman, sulla copertina dello spartito, scriveva: «Dio ti guardi da Edgar»…
«Un po' scherzava, ne sono certo. E un po' si rendeva conto, secondo me, dell'enorme distanza che separava questo lavoro giovanile dalla sua produzione successiva, in questo senso quasi faticando a riconoscerlo come proprio. Capita a molti di noi, col trascorrere degli anni, di rimuovere ricordi o azioni legate al passato; e non scomoderei Freud per una cosa del genere».
Non si può negare che sia un'opera con qualche pretesa…
«È l'opera di un giovane curioso e molto dotato, capace di attingere a diversi influssi, con una gran voglia di emulare questo o quel modello illustre. Affiorano echi di Meyerbeer, nella struttura stessa del lavoro; ma c'è molto Ponchielli, specie nei concertati; e poi Bizet, la cui Carmen rappresenta un riferimento puntuale, specialmente in relazione al personaggio di Tigrana».
Cosa offre di stimolante, Edgar, al regista?
«Non un grande lavoro di scavo psicologico, direi: i personaggi risultano piuttosto ben definiti, ma proiettati in una luce alquanto semplicistica. Basta leggerne i nomi: la cattiva si chiama Tigrana; il baritono buono è Frank; e l'eroina pura e docile, naturalmente, Fidelia… Ecco, se considerassimo il dramma nel suo simbolismo evidente, rischieremmo di raccontare una storia medievale persino scontata e certamente demodé. Esiste, invece, un'altra chiave di lettura, più allusiva…»
Parliamone, allora…
«Personalmente ritrovo in Edgar la volontà di rileggere il Medioevo in forma quasi allegorica, calando quei personaggi da drammone nei margini di un clima molto influenzato dalla Scapigliatura. Ecco perché ho immaginato, insieme a Maurizio Balò, un contesto scenico neogotico. Mi viene in mente l'architettura secondo Camillo Boito, non a caso, e penso alla Galleria Vittorio Emanuele di Milano, alle cattedrali di ghisa della seconda metà dell'Ottocento… Edgar va riaccostato all'epoca del suo autore, sia pure idealmente, altrimenti si rischia di svilirne il senso».