di Luca Del Fra
Sull'onda del successo di Le Villi (1884), un'opera-ballo di breve durata, Puccini con la sua seconda partitura teatrale, Edgar del 1889, mirava a una forma decisamente più massiccia puntando fin dal libretto di Ferdinando Fontana, ispirato a La coupe et les lèvres di Alfred de Musset, a una fusione di elementi del Grand-Opéra e del Naturalismo. Purtroppo quell'impianto si era parzialmente perso poiché Puccini, già dal 1892, aveva ridotto la partitura a tre atti, versione poi consolidata nel 1905 da una nuova revisione che ha portato alla forma che oggi conosciamo. Nondimeno per la prima volta, dopo oltre un secolo, il pubblico del Regio potrà assistere alla versione originale in quattro atti recentemente rinvenuta negli archivi pucciniani. Un'occasione per ascoltare Edgar non priva d'interesse, e al tempo stesso un ulteriore impegno per i cantanti che dovranno affrontare intere sezioni sconosciute della partitura, trovandosi alle prese con un titolo poco eseguito del teatro di Puccini, senza una forte tradizione interpretativa di riferimento.
Per l'occasione a Torino torna un tenore come José Cura, legato a questa città fin dai suoi esordi verdiani, prima con Il corsaro e poi con il debutto della parte titolare nell'Otello diretto da Claudio Abbado. Due successi che l'hanno lanciato sui grandi palcoscenici internazionali, dove si è imposto in questi anni come uno degli interpreti più richiesti del repertorio naturalista, anche e soprattutto grazie al risalto scenico dato ai personaggi. Sarà dunque avvincente vederlo calarsi nei panni di Edgar, ruolo tra i più articolati e più irrisolti per voce di tenore creati da Puccini. La maggior parte dei problemi nascono dalla credibilità scenica di un protagonista che muta idea a ogni cambio scena: spetterà dunque all'artista argentino, ormai dotato di una vasta
esperienza, compiere una sorta di quadratura del cerchio, e non è detto che proprio nel quarto atto, quello soppresso nella seconda versione dell'opera, Cura non trovi quegli elementi che lo agevoleranno nell'impresa.
Come Micaela e Carmen di Bizet, anche le due figure femminili di Edgar rappresentano le due icone opposte della femminilità: l'amore puro, idealizzato e, al contrario, la fisicità lasciva, morbosa e soggiogante. Non a caso per la prima tipologia, quella di Fidelia, è stata scelta Amarilli Nizza: negli ultimi anni la cantante ha congiunto la sua avvenenza scenica e le qualità di soprano lirico a una sicura personalità, per affrontare molte partiture del repertorio naturalista, compreso il notevole tour de force di sostenere tutti e tre i ruoli femminili del Trittico, senza dimenticare la sua prova come Micaela. Dal canto suo Julia Gertseva ha legato al ruolo di Carmen la sua rapida affermazione in tutti i grandi palcoscenici internazionali.
Un'affermazione basata sulle risonanze oscure del timbro, sulla grande estensione e sulla tecnica perfetta di emissione del suo strumento vocale, abbinate a una presenza scenica brillante e a un'abilità interpretativa che il pubblico torinese ha avuto modo di apprezzare in questo ruolo nel capolavoro di Bizet. E dunque particolarmente idoneo a lei potrebbe rivelarsi il personaggio di Tigrana, senz'altro il più compiuto e convincente della seconda opera di Puccini.
Solo otto anni di carriera alle spalle sono stati sufficienti a Marco Vratogna per imporsi come uno dei più promettenti baritoni italiani oggi in circolazione, tanto da approdare rapidamente nei teatri di Bruxelles, Berlino, Francoforte, Stoccarda, Amsterdam, Lipsia e Amburgo. A Torino torna dopo aver affrontato L'amore dei tre re di Italo Montemezzi: sarà interessante constatare come abbia sviluppato i suoi solidi e promettenti mezzi vocali. Alle prese con Frank, un ruolo fortemente caratterizzato ma al tempo stesso psicologicamente poco sviluppato, anche il suo si rivela un compito tutt'altro che facile.