Tra le performing arts, la musica classica è la sola che cerca di perpetuarsi identica a se stessa, ripetendosi in modo sostanzialmente immutato da secoli e secoli. Non solo: gli interpreti della musica classica suonano tutti gli stessi brani, magari prediligendo una fetta del Repertorio (il Classicismo viennese, il Novecento francese...) ma condividendo di fatto queste scelte con migliaia di loro colleghi che, sparsi per il mondo, fanno esattamente la stessa cosa.
In altri ambiti non è così. Anzi: l'originalità è ritenuta un fattore positivo, apprezzabile; in molti casi imprescindibile.
Pensate al pop: applicando le consuetudini della musica classica, Elio e le Storie Tese, i Pooh e Tiziano Ferro dovrebbero cantare tutti le stesse canzoni; che sarebbero poi cantate anche da Madonna, dai Coldplay e dai Portishead.
Pensate al teatro: seguendo le “nostre” regole, Martone, Ronconi e Castri dovrebbero mettere in scena gli stessi testi, in modo filologicamente ineccepibile, non inventando nulla ma rispettando la tradizione, con le stesse scenografie e gli stessi costumi ai quali saremmo automaticamente vincolati.
Pensate alla danza: Jirˇí Kilián, Emio Greco o Merce Cunningham riporterebbero sempre in scena soltanto lo Schiaccianoci (nella coreografia originale di Petipa) o il Sacre du printemps (ovviamente nella versione di Nijinskij) e noi staremmo in sala ad apprezzare le sottili differenze con le quali i danzatori interpretano lo stesso immutabile repertorio. E si potrebbe proseguire in modo analogo pensando al jazz, al circo, all'opera (della quale scrivevo nell'editoriale dello scorso numero).
Ora, tutto questo un significato deve averlo. Forse legato al fatto che il Repertorio della musica classica è talmente meraviglioso che ci viene voglia di riascoltarlo perennemente. O forse alla nostra straordinaria capacità di godere delle sfumature interpretative, per cui in realtà non ascoltiamo ogni anno le stesse splendide Sinfonie di Beethoven ma tante loro diverse materializzazioni.
Io non ho queste certezze e talvolta mi viene da pensare che non ce l'ha ordinato il medico, non siamo costretti a ripetere all'infinito ciò che facevano i nostri bisnonni, e allora immaginare un sistema diverso, fatto di novità, di scelte, di tradimenti e trasformazioni potrebbe essere interessante. E farebbe della musica classica qualcosa di vitale almeno quanto lo sono le arti consorelle.
Non credo esistano ricette magiche, e comunque io non ne conosco. Ma forse varrebbe la pena rifletterci un po' sopra, magari durante la pausa estiva e prima dell'abbuffata straordinaria del nostro festival settembrino.
Se vi vengono delle idee, me le fate sapere?
Grazie.