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LETTERE AL DIRETTORE

10 novembre 2009
Gentile signor Campogrande
Ho letto con attenzione il suo editoriale circa il “gusto” musicale nel numero di novembre di “Sistema Musica”, rivista che trovo sempre più interessante e completa, soprattutto nella parte relativa agli appuntamenti.
Non sono d’accordo, o quanto meno non del tutto, quando dice che un allegato del “Corriere della Sera” di Allevi «influenza il nostro gusto con una potenza che nessuna stagione concertistica può neanche lontanamente sognare».
Lei sottovaluta le scelte “di gusto” personale che portano a prediligere una musica piuttosto che un’altra, un periodo musicale storico piuttosto che un altro. Trascura che sia del tutto legittimo (e questo vale anche per molta parte della musica cd contemporanea) dire «non mi piace».
Sicuramente non c’è bisogno di comprare il “Corriere” per sapere che Allevi non è di proprio gusto ma basta provare a sentirlo su You Tube per annoiarsi dopo circa due minuti e decidere che «non ci piace proprio». E qualora il cd sia considerato un inevitabile allegato e lo si acquisti e si ascolti, a un primo ascolto può anche non seguire mai un secondo!
L'ideale sarebbe che il “Corriere” allegasse un cd con venti brani tutti diversi tra di loro in modo tale da consentire di operare una scelta. Le riviste in edicola prima e ora Internet hanno dato a tutti la possibilità di scoprire le proprie preferenze, anche a chi non ha vissuto in un ambiente musicale.
L’importante a mio avviso è che si possano ascoltare tipi e stili di musica diversa e poi si scelga e si ascolti a casa o in una sala musicale quella che si sente più affine.
Quando lei scrive che inserire un brano in una programmazione significa «orientare il gusto di alcune migliaia di persone» trascura che molto spesso è il contrario: si va a un concerto perché c’è un autore che si ama ( salvo gli abbonati che per mia conoscenza non nutrono passioni musicali particolari).
Concludo che le mie preferenze “di gusto”' incondizionate sono sin dal primo ascolto andate alla musica barocca (che tra l'altro vede un pubblico specie all'estero molto più giovanile) e prima della cd “esplosione del Barocco”… a quando un bel Giulio Cesare o un Ariodante di Haendel al Carignano? Basta Traviate!!
Le invio cordiali saluti e auguri di buon lavoro
Marita Bevilacqua

4 giugno 2009
Gentile Professor Campogrande,
sono un abbonato alla rivista Sistema Musica, attraverso la quale seguo le attività musicali che si svolgono nella città di Torino. Sono un appassionato di musica classica (che ascolto ormai da 40 anni, fin da quando ero adolescente) e di tutto ciò che ruota attorno alla musica cosiddetta colta. Leggo con interesse i suoi editoriali in apertura della rivista, dei quali condivido generalmente gli spunti di riflessione. Ma questa volta desidero esprimerLe la mia piena approvazione per una suggestione che sento profondamente mia e che proietto nella vita di tutti i giorni. Anche per me l'esperienza musicale è racchiusa entro bordi, così come i gesti che compio quotidianamente, all'interno dei quali essi prendono forma, vivono e cessano. La ringrazio per questa intuizione che traduce per iscritto un sensazione che vivo da moltissimo tempo.
Nell'augurare a Lei e all'asociazione di cui è Direttore i migliori successi, Le porgo cordiali saluti
Paolo Arrigo Orlandi, Roddi (CN)

4 giugno 2009
Buongiorno sig. Campogrande
mi chiamo Lorenza Mussa, e Le scrivo per esprimerle tutta la mia gratitudine per essere riuscito a tradurre in semplici parole una sensazione, che è anche una convinzione, che coincide esattamente con ciò che ha descritto parlando di "bordi della musica".
Sono una  appassionata "tardiva" di musica classica  e della musica che in generale ha qualcosa da dire, che cerca e sperimenta (per intenderci: tutta la musica classica naturalmente, ma anche tentativi di contaminazione/innovazione/rielaborazione: penso a musicisti come Giovanni Sollima, Marino Formenti, ecc.).
La passione per i concerti è nata con la maturità (diciamo dopo i 40 anni), cioè dopo che il terremoto della formazione, dei sentimenti, della famiglia e del lavoro è arrivato ad uno stato di "quiete" (almeno per quelli della mia generazione - io sono del 1960).
La frequentazione sempre più assidua di concerti (a Torino principalmente - Lingotto, Auditorium RAI, Conservatorio - ma poi anche festival - Lucerna, Verbier, ecc.) è diventata a partire da quel periodo una delle mie occupazioni predilette, e da lì si è sviluppato un forte desiderio di capire di più e meglio ciò che ascoltavo. Questo desiderio si scontrava naturalmente con una personale mancanza di cultura/educazione musicale, come Lei sa purtroppo molto (troppo) comune in Italia.
Nella mia città (Alessandria) per fortuna è attiva una meravigliosa Scuola di Musica per Adulti affiliata al Conservatorio locale, che mi ha permesso di entrare in quel mondo della musica e nel conseguente stato mentale che Lei ha descritto con tanta precisione: lezioni di Solfeggio, Armonia, Canto corale, strumento (nel mio caso il violoncello) mi hanno portato dentro i "bordi della musica".
Ovviamente il livello è quello che può essere quello di una scuola amatoriale, dove tuttavia gli eterogenei studenti caparbiamente ritagliano il tempo necessario alla musica dal tempo del lavoro e della famiglia aiutati da magnifici insegnanti. Ma che felicità si conquista! e che sguardo nuovo verso il mondo! e che meraviglia poterlo fare anche a quasi 50 anni (e più..)
Tutto ciò mi permette di sentire e di cercare proprio quei "bordi della musica" che Lei ha descritto così bene, e con essi di riconoscere altri "bordi" della vita quotidiana.
Grazie per aver offerto una così bella spiegazione semplice per quello che provo tutti i giorni.
Lorenza Mussa

4 novembre 2008
Il quadro delle risposte di tipo specchio è più complesso di quanto suggerito da Nicola Campogrande, non si tratta semplicemente di una mera osservazione-riproduzione dell’atto osservato o udito. L’aspetto motorio servito dalla classiche aree specchio (quelle delle regioni parieto-prefrontali) è importante per cogliere lo scopo di molte delle azioni che percepiamo, che grazie a tali sistemi neurali “risuonano” nel corpo di chi  dispone di una conoscenza motoria adeguata. Ascoltare la musica, tuttavia, determina un coinvolgimento che è anche e soprattutto di carattere emotivo, in particolare per chi, non essendo musicista, non ha  sviluppato un repertorio motorio congruente. Ora, studi recenti suggeriscono l’esistenza di un sistema di risonanza “mirror-like” anche a livello emotivo, attivato dall’osservazione delle espressioni facciali altrui così come dalle sue posture espressive. C’è quindi da scommettere che, se nell’ascoltare la musica avessimo un contatto diretto con la valenza emozionale espressa dall’esecutore e veicolata dalla sua espressione motoria, il coinvolgimento empatico sarebbe di gran lunga più marcato, certamente nell’ascoltatore-musicista ma anche in un ascoltatore non esperto delle “azioni del far musica”.
Ma è probabile che questi specchi delle emozioni riflettano anche al di fuori dalla sala da concerto, quando, senza vedere l’esecutore, nel nostro corpo risuona l’emozione creata dalla musica e, indirettamente, l’emozione del musicista che l’ha prodotta. E quando ascoltiamo un canto il fenomeno potrebbe essere ancora più ampio, poiché in questo caso il nostro corpo risuona alle emozioni di un altro corpo che canta. Il fenomeno specchio primario coinvolto nella musica, quindi, non è primariamente legato al vedere l’esecuzione, ma un processo che richiama specifiche configurazioni emotive-motorie. Nicola potrebbe riproporci il suo argomento della distrazione – dopo un po’ è talvolta difficile sottrarsi alla noia. Ma qui interviene un altro fenomeno, quello dei limiti attentivi, molto legato alle caratteristiche individuali di personalità, expertise, caratteristiche della musica ascoltata, e altro ancora. Ciò non toglie che, quando nel silenzio avvertiamo una melodia, talvolta ci emozioniamo, e queste emozioni probabilmente passano attraverso sistemi specchio. Tra Parma e Vercelli-Torino, comunque, si sta lavorando proprio su questi temi, importanti tanto per l’estetica quanto per le ricadute terapeutiche che potrebbero avere.
Cinzia di Dio (Università di Parma)
Giorgio Guiot (Associazione CantAbile)
Cristina Meini (Università del Piemonte Orientale e Associazione CantAbile)

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1 novembre 2008
Gentile Direttore,
ho avuto modo di riflettere a lungo riguardo ai neuroni specchio in musica di cui ci ha parlato, e guardando un po' alla mia esperienza quale fruitrice di musica "a più strati", or come ascoltatrice or come esecutrice, gli spunti di riflessione non mi sono mancati. In primis credo, ma potrei anche essere smentita, che la motivazione principale che interviene a render difficile l'attivazione dei nostri neuroni specchio in musica sia principalmente da individuare nella natura stessa della musica quale arte astratta per eccellenza, che si colloca all'orecchio dell'ascoltatore in una dimensione percettiva altra e distaccata dal concreto accadere.
Ma è pur vero che la musica non può in alcun modo essere senza una "energia" che dia origine al suono, molecola prima della creazione musicale, e che veda un corpo fisico muoversi, agire, vivere, respirare in funzione della creazione stessa. Ma allora perché, come ha giustamente detto lei, non riusciamo sempre a identificarci nell'esecutore, che pur all'atto creativo partecipa alternando tensioni e rilassamenti muscolari, inspirazioni ed espirazioni forzate, movimenti fisici fortemente adrenalinici (penso ai percussionisti alla batteria ma non solo) e che in quei momenti vive con tutto il suo corpo e la sua mente tesi alla realizzazione della musica che noi ascoltiamo? Credo che anche qui tutto dipenda dalla musica stessa e da ciò che provoca all'orecchio dell'ascoltatore. Mi è capitato, all'ascolto della musica dal vivo di identificarmi più volte, anche se anch'io per pochissimi istanti nell'esecutore di quella musica, ma tutte le volte la musica, casualità, era particolarmente adrenalinica, i ritmi erano concitati e serratissimi, la tensione naturalmente cresceva in me come nei musicisti che nell'atto di suonare quartine contro sestine spostano accenti o li enfatizzano, partecipando attivamente con tutto il loro corpo alla realizzazione del momento musicale. E tutto il resto? Non c'è forse meno tensione nell'esecutore nella realizzazione di un passaggio all'acuto su un pianissimo, o di un glissando o trillo, o nella difficilissima realizzazione di un legato su registri acuti o comunque scomodi? Certo lo sappiamo.
Ma perché un ascoltatore dovrebbe "compatire" se la musica gli dice «beati!»? Perché partecipare se in quel momento dovrebbe solo star bene e godere del puro piacere dell'ascolto?
E non è forse questo lo scopo della musica e dei grandi esecutori che ben sanno celare lo sforzo esecutivo al fine di regalare veri momenti musicali a chi ascolta? Non sono questi grandi interpreti? Lei cosa ne pensa, direttore?
Diversa è invece la posizione dell'interprete che, guai a non veder attivati i propri neuroni specchio!! Non sarebbe musica quella che farebbe, non sarebbe arte, forse solo mera esecuzione fredda e asettica! Eppure gli interpreti si trovano a dover fare i conti, a volte, con condizioni esecutive davvero proibitive e a dover fare sforzi immani per mantenere alta la concentrazione quando ad esempio è la musica stessa, eseguita in quella maniera, che agisce contro di te. Mi spiego. Mi è successo una volta qualche anno fa, di eseguire, da soprano, un secondo movimento, largo, di un celebre lavoro per soprano e orchestra: ebbene quel secondo movimento che da "largo" divenne un "graaaande adagio" secondo la bacchetta del direttore, aveva in se dei movimenti delle parti importanti, degli scambi di voci che il Grande aveva eccellentemente scritto, proprio da sostegno e arricchimento del movimento "largo", che a un certo punto faceva rientrare la voce con un canto dolce, soave, di preghiera, bellissimo.
Il movimento delle parti, secondo il direttore, non c'era, il gioco di arricchimento, secondo il direttore era poca cosa, la tensione musicale che in determinati momenti doveva esserci (era scritto!) non avveniva! Ed io ero lì che dovevo far musica, dovevo cantare. I miei neuroni specchio stentavano ad attivarsi, non si rispecchiavano nella musica che stavano ascoltando... Mi prese un senso di smarrimento, mi sembrava quasi di svenire, non mi sentivo parte della musica! Quella che io avevo nella mia mente, non risuonava dall'orchestra alle mie spalle. Gli sforzi che ho dovuto fare per imporre la mia idea musicale sono stati immani e memorabili, ancora oggi la sensazione di "brutto" e di "non musica" che ho provato in quei momenti mi fanno star male.
E mi fanno molto riflettere...
Cari saluti,
Veronica Pompeo

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29 settembre 2008
Caro Direttore,
venerdì sera ho messo alla prova i miei neuroni specchio durante una "faticosa" quanto vibrante serata alle Fonderie Limone.
Ho visto uno spettacolo di danza in tensione, apnea e rilassatezza dei muscoli, seduto fra il pubblico ma assieme al corpo di ballo sulla scena. Ancor prima di entrare nelle complesse pieghe della narrazione mi sono fatto trasportare dal corpo assaporando la fatica e il limite. Così come quest'ultima esperienza, però, anche durante un concerto, pop o classico che sia, un film, o una mostra d'arte, mi accorgo che la componente emotiva e di coinvolgimento creativo svolge un ruolo assai intenso che mi trascino a lungo. Che dire? Spero che questa curiosa sensibilità sia di natura genetica, affinché i miei figli possano capire un papà commosso, con le cuffie calate sulla testa, mentre ascolta l'ultimo prezioso disco arrivato da Londra.
Francesco Panico

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26 giugno 2008
Egregio Direttore,
mentre tento di esprimerle una mia vacillante idea circa la sua ultima provocazione: Sempre la stessa musica?, sto ascoltando - per caso? - la Sinfonia n. 1 in re maggiore "Classica" di Sergej Prokof'ev.
Una risposta, forse me, ce la sta dando in questo momento questo grande compositore russo. Per innovare ad alto livello in campo artistico - e non solo - occorre essere dei giganti e questo in cui viviamo è un mondo che facilita invece l'essere dei mediocri.
Ci sono troppo rumore, troppa informazione, troppe occasioni per disperdersi, per perdere tempo, troppe tentazioni per evadere, invece di chiudersi nella propria stanza a... soffrire.
Per quanto riguarda la letteratura, scriveva Henri Miller nel suo romanzo Nexus: «Per nascere aquila bisogna abituarsi alle altitudini; per nascere scrittore bisogna imparare ad amare la rinuncia, le sofferenze, le umiliazioni. Soprattutto bisogna imparare a vivere appartato...».
Non credo sia molto diverso per i compositori.
Per tornare allo stretto tema, una strada da percorrere potrebbe essere quella, al presente e in attesa di meglio, di valorizzare, selezionare accuratamente i nuovi compositori, che siano dei veri artisti, con qualcosa di nuovo da dire, che sappiano interpretare il mondo in cui vivono, ma sempre con lo stesso, perenne "cuore di carne", come capacità di capire ed esprimere le passioni, le gioie e le sofferenze umane di sempre.
Con simpatia.
Mario Tonini Bossi
P.S. È vero comunque che «Il repertorio della musica classica è talmente meraviglioso che...»

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6 maggio 2008
Carissimo Nicola Campogrande,
aspetto ogni mese di leggere il suo editoriale sicura che sarà piacevole, intelligente e spunto di riflessioni individuali e collettive (uso a volte leggere e proporre le sue domande agli amici appassionati di musica!).
Questa volta ho voglia di proporre anche alcune considerazioni mie. Mi ha stimolata a poche ore dalla lettura dell'articolo, l'ascolto su Radio 3, domenica mattina, del concerto dal Quirinale. C'era Enrico Pieranunzi che ha reinterpretato col suo linguaggio alcune sonate di Scarlatti. Devo dire che all'inizio sono rimasta piuttosto sconcertata: non riuscivo a riconoscere la musica nota e questo mi dava un certo fastidio. Avendo letto poco prima l'editoriale di Sistema Musica, ho provato a chiedermi il perché. Ho pensato che la mia reazione fosse simile a quella di un bambino che non si sente raccontare la sua favola preferita con le parole che conosce. C'è un bisogno di riti, di conferme, di ritrovarsi in un paesaggio noto, di ritrovare delle emozioni conosciute... che forse fa parte di noi. Continuando nell'ascolto mi sono lasciata andare. Ho provato semplicemente a immaginare che ero di fronte ad altro, una musica nuova, con una sua forma diversa. La seconda parte del concerto mi è piaciuta molto di più. Mi ha conquistata per la sensazione di grande libertà e di fantasia che ho associato al lavoro di Pieranunzi. Ho pensato che un Autore non può "rivoltarsi nella tomba" di fronte ad un'opera simile; un compositore dovrebbe comunque sentirsi lusingato dal fatto che un altro ha tratto fonte di ispirazione proprio dal suo lavoro! Non ho una preparazione musicale che mi permetta di fare considerazioni più approfondite e la ringrazio quindi per l'attenzione.
Complimenti ancora per il suo lavoro e cordiali saluti,
Carla Cesari

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23 aprile 2008
Gentile Direttore,
ho letto l'editoriale Non è questione di suono, nell'ultimo numero di "Sistema Musica", e mi viene in mente un pensiero, dopo il suo interrogativo finale. Le sue ultime quattro righe sono ben pessimiste! Può darsi che intervenire sul nostro stile di vita - che ci blocca e irrigidisce le partiture - sia difficile. Ma è l'ORMAI che è pessimista. Non ci piacerebbe neppure Allevi e men che meno Einaudi, e invece ci piace: proprio i ritorni di Einaudi ci piacciono. E dopo di lui, per chi non l'ha fatto prima, si può passare a qualche altra sonata per pianoforte, e provare ad andare a un concerto per sentire anche dei fiati oltre che il pianoforte. Alla fine - dico alla fine perché i suoni sono per colti e raffinati - anche i violini e le viole... L'ormai è brutto. Diamo tempo.
Questo volevo dirle. La saluto cordialmente,
Emma Dovano

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11 aprile 2008
Gentile Direttore,
vivo a Genova e la ringrazio di tutto cuore per l'invio della vostra bellissima e interessantissima rivista che puntualmente avviene ogni inizio mese. Per mia esperienza è un fatto unico e ve ne sono grato. Mi piace andar "per concerti", anche fuori della mia città. Sono stato in teatri e auditorium in Italia e in Europa ma le assicuro che l'esperienza di Torino è stata ed è ancora sicuramente tra le migliori se non la prima per l'accoglienza e la semplicità con cui si prenota e si accede alle sedi musicali.
Quindi concordo pienamente con la sua definizione di "Capitale della Musica", anche per l'offerta che non ha eguali. Vorrei tanto vivere a Torino proprio per questo aspetto; compatibilmente con gli impegni economici di famiglia, ogni tanto una scappata me la concedo, specie se si tratta di ascoltare i compositori che più amo (Mahler e Wagner).
Le ho scritto perché sono affascinato dai suoi editoriali e mi vorrei soffermare in particolare sugli ultimi due di marzo e aprile.
Quando mi "accomodo sulla poltroncina" entro in un altro mondo, un incanto che dura per l'intera partitura. Tutto il resto svanisce, il quotidiano rimane fuori dalla porta. È come una magia. Lungo le note della musica scorre il senso vero della vita e nel fluire di esse ci si abbandona nella ricerca del nostro IO, della gioia e del dolore, del sentimento e dell'amore.
Quando ascolto l'Adagietto o l'Adagio della Terza sinfonia, il Tristano o l'ouverture dei Meistersinger, l'idea di vita trascende nell'ideale utopico, nell'attesa dell'infinito universale, di un tempo senza tempo, una storia mai scritta. Poi esco, prendo il tram, e tutto svanisce. Ma so che una sala ci sarà ancora ad attendermi ovunque, anche e specie a Torino, la "Città della Musica".
La saluto con tanta cordialità,
Roberto Cozzolino

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30 marzo 2008
Egregio Direttore,
leggendo il suo editoriale Non è una questione di suono ho pensato al silenzio, in particolare a una citazione letta un giorno: «Dopo il canto Gregoriano non c'è che il silenzio».
Il canto Gregoriano come l'apice della musica e il silenzio ancora più su, l'assenza di suoni come la loro massima espressione.
La musica classica credo esiga l'amore per il silenzio, chi più ama la musica classica, più ama il silenzio...
E invece nella nostra società se ne ha sempre più paura, paura di restare soli con se stessi, forse perché se ne ha scarsa stima...
Con un incoraggiamento per il suo lavoro e un cordiale saluto.
Mario Tonini Bossi

10 marzo 2008
Egregio Direttore, accolgo volentieri il suo invito a esprimere opinioni circa il possibile collegamento tra lo scorrere delle stagioni e una programmazione dei brani musicali che ne siano in una certa sintonia. È un esperimento che mi parrebbe interessante.
Lei non l'ha citato perché è forse l'esempio più scontato, ma quanti di noi non hanno pensato all'Autunno di Vivaldi in una giornata tipicamente autunnale?
Visto che siamo in un periodo particolarmente importante della liturgia cristiana, mi è venuto in mente che si potrebbe definire questo nuovo orientamento come una sorta di calendario di "liturgia musicale".
Un cordiale saluto
Mario Tonini Bossi

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10 marzo 2008
Gentile Nicola Campogrande, non so se ci sia o ci debba essere una corrispondenza "metereologica" tra l'interno e l'esterno della sala da concerto. Chiunque abbia a che fare con uno strumento musicale sa comunque che l'umidità modifica le condizioni degli strumenti. Sarebbe curioso cercare di capire se (e come) il clima influenzi, non soltanto il suono prodotto, ma anche la ricezione dell'opera musicale di cui facciamo esperienza (normalmente) al chiuso.
Avrei timore, però, dello sconfinamento nella metereopatia, soggetta alle differenze individuali e sintomo, probabilmente, di una più o meno spiccata comunione con il mondo naturale.
La somiglianza della fruizione estetica (che algida terminologia!) con una regressione in una dimensione protettiva, avulsa dal contesto circostante, come in un utero, è certamente molto affascinante. Tuttavia, quando ho letto il Suo editoriale, mi è venuto in mente un altro genere di consapevolezza (forse, in parte, relegata al passato), il monito di J. Brachmann incontrato recensendo un'opera di Brahms, che invita a tener sempre presente "L'elevato impegno etico dell'arte che [...] nobilitante, deve penetrare nella vita".
È questa la connessione che vorrei trovare tra il mondo e la sala da concerto.
Cordiali saluti, Benedetta Saglietti

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18 novembre 2007
Gentile Nicola Campogrande, come non convivere la sua espressione circa il sapere delle orecchie, acquisito ascoltando e riascoltando musica. Personalmente non suono nessun tipo di strumento, per me la musica è puro ascolto che mi ha permesso nel tempo di compiere un lungo viaggio attraverso le varie forme musicali. Come conseguenza ho deciso di frequentare corsi di tango argentino scoprendo giorno per giorno la grande ricchezza di questa musica; si pensi a quante critiche è stata sottoposta la musica di Piazzola e Gardel, considerata fino a poco tempo fa musica di serie B; ora è diventata prassi comune eseguirla anche con strumenti ad arco in luoghi di solito preposti ad accogliere musica cosiddetta colta. Settori significativi della nostra società interrogati sulla crisi del nostro vivere, sottolineano spesso la mancanza del mettersi in ascolto; ecco, il sapere delle orecchie non è altro che un modo di mettersi in ascolto (senza preconcetto alcuno), che deve però avere una conoscenza di fondo, pena un'involuzione dello stesso.
Grazie. Adriano Braido

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16 ottobre 2007
Gentile Nicola Campogrande,
quale piacere nel sentirmi così affine a lei per quello che scrive nell’editoriale di ottobre! Non ho altre parole da aggiungere, se non condividere appieno, ma mi rammarico solo che nessuno di coloro ai quali le sue parole sono indirizzate le leggerà mai. Per parte mia, cerco di evitare i locali che impongono certi strazi, ma è sempre più difficile trovare luoghi che non siano acusticamente inquinati; e far notare che abbiamo diritto a non essere aggrediti da suoni importuni è molto difficile. Nella mia modesta realtà mi appago di far parte di un coro locale di musica polifonica, e di frequentare come ascoltatore le sale da concerto, e per il resto del mio tempo libero di essere il più possibile in luoghi distanti dal "bailamme" e dalla maleducazione di certi nostri compagni di vita in questo mondo così maltrattato.
Cordialmente, Alberto Barbera

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23 maggio 2007
Gentile Nicola Campogrande,
ho letto l'editoriale di maggio e mi è venuta voglia di replicare con qualche considerazione personale.

Ricordo ancora perfettamente che uno dei primi approcci che ebbi con l'ascolto della musica solo strumentale (ovviamente, se ci sono delle parole di mezzo è tutta un'altra storia) di tradizione classica quando andavo a scuola fu proprio con la musica a programma. Mi insegnarono che nelle Stagioni di Vivaldi c'erano il pastore, il cane, i cacciatori e gli uccelli, che nella Sesta sinfonia di Beethoven c'era un bel temporale con lampi e tuoni, nella Mia patria di Smetana un fiume che scorreva e così via. E nella musica non a programma? Quello che potevo metterci con l'immaginazione... o forse che dovevo metterci con l'immaginazione? Chissà... Allora questo modo di porsi nei confronti della musica mi sembrava abbastanza convincente, anche se non avevo visto il film Fantasia, tuttavia non ebbi il tempo per rifletterci più di tanto, perché si sa che ufficialmente il corso di musica nella scuola italiana dura fino alla terza media, e il mio interesse per quella musica per motivi diversi cominciò ad affievolirsi.

Passarono degli anni, circa una decina, e quello che era rimasto un interesse latente esplose di nuovo. Partendo da altri presupposti cominciai a riappassionarmi a quel tipo di musica, e di lì a poco anche praticarla, cantando in un coro amatoriale. Soprattutto cominciai con un entusiasmo rinnovato a frequentare i luoghi dove si faceva musica. Ormai, però, l'ascolto della musica era diventato qualcosa di diverso dai tempi della scuola. Passi per la musica vocale, perché ormai ci stavo dentro, passi per l'opera, che giustamente prevede una componente scenica... ma la musica strumentale? Ne ascoltavo tanta dalla radio, dalla mia discoteca privata, andavo a cercarmela dal vivo, e in ogni caso mi rendevo conto del cambiamento più evidente, che a dire il vero un po' mi preoccupava. Cosa succedeva e succede tuttora nella mia testa quando ascolto musica? Cosa "vedo", se proprio devo "vedere" qualcosa? Nient'altro che i musicisti, gli strumenti che tengono fra le mani e quello che fanno per tirar fuori da corde, casse armoniche, più o meno complicati marchingegni di ottone, di altri metalli o di legno, quel materiale impalpabile che è capace di scatenare delle emozioni incredibili.

Insomma, dopo aver passato ormai molto tempo a domandarmi se per caso non fossi malata, io che non riesco più a crearmi un film mentale quando ascolto musica, ma in compenso posso restare in contemplazione per ore davanti alle vetrine dei negozi o dei musei di strumenti musicali oppure perfino solo davanti alle foto e ai quadri che ritraggono gente che suona, mi sono imbattuta in quell'editoriale. Ovvio che lo condivido, ma con una piccola obiezione perché invece qualcosa da guardare c'è lo stesso: i musicisti che suonano. Ma perché andare a cercare delle immagini da accoppiare alla musica? Non è già uno spettacolo quello che ho appena descritto? Anzi, nella sala da concerto assistiamo addirittura a qualcosa che ha del miracoloso. Andare a un concerto è trovarsi davanti il risultato di una simbiosi perfetta fra spirito e materia e oltre tutto sapere che ci sono persone che di tutto questo fanno la loro ragione di vita e a volte nemmeno si rendono conto di quanto ci sia di prodigioso. E farlo capire a chi ascolta? Questo è ancora più difficile, forse perché siamo davvero troppo abituati a sentirci propinare musica perfino quando non la vorremmo e ci pare tutto troppo scontato. Chissà che il segreto non sia davvero cercare di andare ai concerti tentando di continuare ad avvertire un senso di meraviglia per quello che ci accade davanti, dando il giusto valore a questo tipo di spettacolo e senza sentire la necessità di aggiungere altro a quello che vediamo.
Grazie per l'attenzione e a presto!
Laura

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17 aprile 2007
"Assenze...ingiustificate"
Lo scorso 19 marzo ha avuto luogo a Torino un convegno il cui titolo, Note… sul registro, era accompagnato da un sottotitolo chiarificatore dell'argomento trattato, ma ancor più del taglio che a tale argomento si voleva dare: Cultura musicale a scuola: la grande assente. Peccato però che la grande assente al convegno sia stata proprio la scuola, o meglio quella rappresentanza di docenti che quotidianamente provocano quello stimolo iniziale, fatto di concreta pratica e di emotivo coinvolgimento, che a tale cultura gradualmente conduce. Solo nell'ultima parte del convegno hanno avuto la parola dei docenti, ciascuno dei quali ha potuto presentare una relazione di un proprio progetto scolastico (progetti per altro prevalentemente rivolti ai licei). Mancava totalmente la rappresentanza dei segmenti scolastici precedenti: dell'infanzia, della primaria e della secondaria di primo grado.

Si impongono a questo punto alcune considerazioni.

Sono passati quasi trent'anni dalla riforma dei programmi ministeriali dell'educazione musicale nella scuola italiana, in cui si sanciva che l'approccio metodologico non doveva essere quello dell’acculturazione, bensì quello, assai più produttivo, dell'appropriazione del linguaggio musicale nella sua globalità, nella duplice direzione dell'ascolto e della produzione, senza alcun pregiudizio riguardante il genere musicale trattato, come ha ben ricordato il prof. Giuseppe Grazioso nel corso del suo intervento. Eppure nel dibattito ancora traspariva la concezione di una cultura come bagaglio di conoscenze da trasmettere, dai detentori ai fruitori, senza troppa considerazione della molteplicità dei linguaggi musicali esistenti, ma soprattutto senza la necessaria attenzione al fondamentale processo di apprendimento precedente, in cui i bambini prima e i ragazzi poi devono avere la possibilità di esplorare, manipolare, agire liberamente sul suono musicale, per poi poterlo gradualmente interiorizzare come linguaggio arrivando così, da adulti, ad apprezzarlo con matura consapevolezza. È significativo che un gruppo di studenti liceali presenti in sala si sia risentito di quest'impostazione, stupendosi di non trovare alcun riferimento alla cultura musicale da loro esperita. Ancora una volta un dialogo difficile tra entità lontane anni luce.

Viviamo in una città che, al contrario del panorama un pò sconfortante tracciato nella giornata in questione, risulta estremamente viva e creativa nell'ambito della didattica musicale. È ormai raro, infatti, trovare una scuola del tutto priva di progetti e laboratori musicali. La maggior parte degli istituti, al contrario, prevede nei propri POF attività di laboratorio o di coro o di orchestra. Chi scrive conosce la realtà della scuola primaria e secondaria locale: molti i cori scolastici (qualche anno fa una decina di formazioni vocali delle scuole elementari hanno riempito l'Auditorium del Lingotto in occasione della rassegna di Natale), numerosi i laboratori di educazione al suono e alla musica attivi da più di un decennio presso le scuole primarie ed affidati ad associazioni ed esperti musicali assai qualificati e competenti (Cantascuola, Centro Goitre, Daltrocanto, Musikè, Secem, Muse, Laboratorio Musicale "Il trillo" e non ultima l'attività di formazione e tirocinio dei docenti operata dalla Scuola di Didattica della Musica del Conservatorio "Giuseppe Verdi" di Torino), diverse - ma mai abbastanza, se paragonate ai numeri del resto d'Italia - le scuole medie ad indirizzo musicale (passate nell'ultimo biennio da cinque a ventuno). Senza contare i progetti più disparati che, ciascuno a suo modo, esplorano i diversi ambiti di cui si compone l'intervento musicale, con specificità naturalmente differenti da quelle dei Conservatori, la cui finalità resta la formazione artistica a livello professionale.
È doveroso riconoscere che in questi anni a Torino il sostegno alla musica non è mancato: dodici anni fa è stata l’Amministrazione cittadina che non solo ha patrocinato, ma concretamente finanziato l'avvio dei progetti in alcune scuole elementari; da circa otto anni la rassegna "Voci in coro" al Piccolo Regio è diventata un appuntamento stabile; come non ricordare poi il prezioso e concreto impegno profuso negli ultimi due anni dalla Città di Torino (Assessorato alla Cultura – Fiorenzo Alfieri; V Commissione Cultura – Paola Monaci; Assessorato alle Risorse Educative – Adriana Bevione; Assessorato all'Istruzione – Santina Vinciguerra), dalla Provincia di Torino (Commissione Cultura – Antonella Griffa) e dalla Regione Piemonte (Assessorato alla Formazione – Gianna Pentenero, VI Commissione Cultura – Paola Pozzi) a favore dell'incremento del numero delle scuole medie ad indirizzo musicale del territorio, fino al 2005 incredibilmente ridotto (anche in questa ottica vogliamo leggere l’intervento al convegno del neo Direttore Generale dell'Ufficio Scolastico Regionale per il Piemonte, dott. Francesco de Sanctis, in cui confidiamo per quanto concerne la continuità con il prezioso operato del suo predecessore, dott.ssa Anna Maria Dominici).

La cosa che più ci ha sorpreso e amareggiato del convegno è che tutto questo fermento non fosse in alcun modo conosciuto. La giornata avrebbe potuto essere un interessante momento di incontro e confronto tra le varie esperienze didattiche finora messe in gioco sul territorio. Sarebbe certamente stato assai più produttivo sostenere e pianificare una solidale e feconda sinergia fra le forze didattiche operanti e gli enti e le istituzioni locali. Da questo punto di vista è stata un’occasione sprecata.

Coloro che scrivono, persone che la didattica musicale la esercitano ogni giorno, erano intervenuti con la speranza di poter cogliere stimoli nuovi e di percepire una consapevolezza comune di quanto appena esposto, con un pizzico di orgoglio per ciò che stanno facendo da tempo. Evidentemente senza alcun riconoscimento, se non da parte dei bambini e dei ragazzi, che - per il momento - forse ignorano l’esistenza di Beethoven e Brahms, ma grazie al cielo suonano, cantano, fanno ritmo, producono ed esplorano con gioia la musica. Sicuramente un riconoscimento arriva dalle famiglie, a giudicare dall’incremento delle iscrizioni raccolte in scuole in cui l’attività musicale è consistente e strutturata. A tal riguardo non possiamo non citare il numero di iscrizioni raccolte per le sole sezioni ad indirizzo musicale delle scuole secondarie di primo grado di Torino e provincia che, anche quest'anno, hanno inviato al CSA richiesta di attivazione del corso: complessivamente, tra scuole già attivate e nuove scuole richiedenti, sono ben 1.559 le famiglie che attendono una risposta.

In ultimo, ci rendiamo perfettamente conto che la nostra attività “di base” deve trovare una continuità con un percorso più “alto”, in cui la musica sublimi in cultura e non si esaurisca nella prospettiva immediata dell’esplorazione sonora. E l’assenza di questo orizzonte, lamentata al congresso, è un problema reale, che a sua volta non si può risolvere con interventi confinati alla dimensione del progetto a termine. Ma se un giorno, come tutti auspichiamo, le sale da concerto torneranno ad essere gremite di giovani (miracolo che sembra già cominciare ad avverarsi), sarà perché intervenendo con la musica sui più piccoli si sarà stimolata la curiosità, creato il bisogno della musica vera: e allora i liceali potranno accettare che gli si parli di Monteverdi e Mozart (e magari di Battisti e Jarrett), intuendone attivamente – e non passivamente apprendendone – la grandezza, perché la musica da tempo sarà diventata un linguaggio a loro familiare, facente parte del loro stare al mondo.

È necessario coordinare queste istanze e istituzionalizzarne l'insegnamento, al fine di non rendere vano il senso della nostra comune missione.

prof. Marco Cordiano
prof.ssa Paola De Faveri
Coordinamento provinciale per lo Strumento Musicale:
prof.ssa Francesca Landoni
prof. Paolo Devecchi

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28 marzo 2007
Egregio signor Nicola Campogrande, ricevo regolarmente ormai da diversi anni la rivista "Sistema Musica", che trovo interessantissima e molto utile! Grazie! Ho letto sul numero di aprile che era presente anche la versione internet e quindi sono venuta a curiosare. Non ho trovato il blog di cui si parla nell'editoriale!! Sono una musicista dilettante, e organizzo uscite a concerti e all'opera per gruppi di persone che, abitando in provincia, non riuscirebbero da soli a frequentare le sale da concerto. La sua rivista, quindi, mi aiuta a preparare il gruppo all'ascolto e alla visione delle scene nel caso in cui lo spettacolo sia un'opera lirica. Devo dire che avevo apprezzato moltissimo (e non solo io!), i suoi interventi in occasione dei concerti con ascolto guidato e anche le didascalie che comparivano durante l'esecuzione! Come mai questa bellissima iniziativa non ha avuto un seguito? Per quanto riguarda l'editoriale di febbraio, in cui lei suggerisce di terminare i concerti con un canto corale del pubblico, beh, sarebbe proprio bello, perché cantare insieme aiuta a socializzare! Speriamo poi che la maleducazione di quelle persone che si catapultano verso le uscite, ancor prima che l'orchestra finisca di suonare, smettano di farlo! Che dire altro? Grazie per tutto quello che fate in nome della musica!
Marina Malaguti

Gentile lettrice,
il blog è stato inserito sul nostro sito il primo aprile, come promesso. Lo trova sulla homepage. Grazie per l'appassionata mail e buon ascolto.
Nicola Campogrande

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8 marzo 2007
Caro Nicola Campogrande,
non sono una musicista, mi piace la musica e ne ascolto quanto più posso, la confidenza mi viene dal fatto che, sentendo la sua voce su Radiotre Suite e vedendo il suo volto su "Sistema Musica", mi sembra quasi di conoscerla. Leggo con interesse le sue proposte e riflessioni e aderisco pienamente a quella che lei espone nell'editoriale del mese di febbraio dove propone di intonare un canto a fine concerto come per prolungare il piacere dell'ascolto condiviso e per esprimere una partecipazione attiva rispetto a quella dell'ascolto a volte passivo. Mi è molto piaciuta l'idea e le confesso che, andando a concerto ultimamente, ho provato a immaginare questa realtà e a pensare come certe "madame" torinesi avrebbero accolto la novità. Perché non dà corpo (spero l'abbia fatto) alla sua proposta e prepara un primo canto piccolo e orecchiabile, come dice lei, che tutti possano cantare, senza passaggi difficili, adatto al pubblico eterogeneo e magari lo intona proprio lei? Sono abbonata ai concerti del Lingotto, spero di vedere realizzata presto la sua proposta ma vorrei essere presente in qualunque sala lei introdurrà questa innovazione. Grazie per l'accoglienza. Cordialmente.
Maria Rosa Rosato

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6 marzo 2007
Gentile signor Campogrande,
ho letto l'editoriale su "SistemaMusica" di febbraio e penso che la sua sia veramente una bella e divertente idea. Un canto in coro dopo lo spettacolo: che emozione! Come diventare tutti insieme artisti, rendendo anche un po' meno solenne e più amichevole il teatro. Certo spero che chi penserà al repertorio tenga conto di persone come me che si accostano con passione ( e un po' di timore) alla grande musica, non sapendone nulla. E, quindi, davvero canti piccolissimi e orecchiabili! A proposito di coro, posso raccontare un'esperienza piccola ma di grande coinvolgimento. Lavoro all'Agenzia delle Entrate e lo scorso anno, insieme a un gruppo di miei colleghi, abbiamo deciso di formare un coro e di esibirci in occasione della raccolta di fondi per Telethon. Si è formato un coro, anzi "Fiscorum", di cinquanta persone, tutte prive di esperienza musicale, ma assolutamente decise a tentare questa avventura. Grazie a una brava e pazientissima maestra, siamo riusciti a presentare un dignitoso repertorio di canti natalizi e popolari. Abbiamo anche composto, riadattando una vecchia canzone, una specie di inno, Il Fisco è, grazie al quale, con un po' di ironia, presentiamo il nostro lavoro («il fisco anche amico è...»). Grande successo di pubblico e di raccolta fondi ma soprattutto una serata indimenticabile per tutti noi per l'emozione che ci ha fatto vivere tutti insieme. E chi ci ha ascoltato ha pensato che il fisco può avere persino un volto umano... Cordiali saluti.
Micaela Trucco

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5 marzo 2007
Gentile Nicola Campogrande,
mi è piaciuto moltissimo il suo articolo su "Sistema Musica" e questa sera ho apprezzato molto la sua trasmissione di Radiotre Suite sulla musica corale. Da corista trentennale plaudo ai buoni propositi ministeriali, anche se da cittadina un po' disillusa delle riforme scolastiche temo che un'idea così intelligente difficilmente verrà attuata. Ho cantato nei Piccoli Cantori divertendomi da ragazzina; ho cantato a vent'anni nella Corale «Roberto Goitre», imparando cosa vuol dire far crescere un'associazione e accostarsi alla musica da adulti; ho cantato in cori all'estero, facendo sempre esperienze di forte socializzazione. Ora canto nel Torino Vocalensemble dove a tutto questo (divertimento, amicizia, sforzo organizzativo, ascolto) si unisce l'apertura verso la musica contemporanea e la sperimentazione. Cantare smuove l'interno del nostro corpo e del nostro cervello, sviluppa la sensibilità e la disponibilità a fare squadra, rafforza le amicizie e, normalmente, migliora il nostro umore. Tutte cose di cui si ha bisogno a qualunque età. Forse - per tornare al suo articolo - non si può sempre cantare uscendo da un concerto: a volte vogliamo assaporare ancora per un po' la bellezza di quel che abbiamo sentito. Forse però si può cantare all'uscita di un concerto di musica corale: se a tanti piacesse quest'idea, le nostre istituzioni sarebbero anche un po' più sensibili alla possibilità di dare spazio e finanziamento pur minimo ai cori. Per esperienza, infatti, constato che - con le debite eccezioni - è sempre più difficile fare concerti, in assoluto e di musica corale amatoriale di un certo livello in particolare. Si potrebbe persino pensare a "concerti ascolto" e "concerti partecipazione". Oltretutto, non sempre i cori amatoriali hanno un livello "da concerto" sufficiente per esibirsi, mentre sarebbero capacissimi di far cantare con successo un pubblico di amici e di sconosciuti. Beh, spero di non aver farneticato troppo. La ringrazio della pazienza, e tifo per la diffusione delle idee sue e del Comitato Nazionale! Un caro saluto.
Valeria Sottili

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2 febbraio 2007
Gentile Nicola Campogrande,
ho letto il suo editoriale su "Sistema Musica" di febbraio (approfitto dell'occasione per ringraziare per questa lodevole iniziativa, io lo ricevo a casa e lo leggo sempre con molto interesse) e mi trovo pienamente in accordo con lei. Fare a scuola lezioni di musica, canto, storia della danza, mi avrebbe sicuramente reso le cose molto più facili quando mi reco a teatro, anche se la loro mancanza non mi ha tolto il piacere dell'ascolto. Bisognerebbe dare più calore, più partecipazione a questi straordinari musicisti: ieri sera ho avuto il piacere di assistere, al Teatro Regio, al virtuosismo di Serguei Galaktionov che spero abbia percepito l'entusiasmo suscitato in sala. Magari intonare un coro spingerebbe i "fanatici del paltoletto", come li ho soprannominati io, a non scappare con tanta fretta e a tributare il giusto riconoscimento a tanto impegno. Ringraziandola per i suoi editoriali, le porgo i miei più cordiali saluti.
Roberta Lavarino

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29 gennaio 2007
Egregio signor Nicola Campogrande,
ho ricevuto, come al solito, la rivista "Sistema Musica" e, come sempre, ho letto il suo editoriale. Mi piacciono molto i suoi scritti e la domanda finale mi stuzzica tantissimo. «Che cosa ne pensate?» - chiede lei -. Ne penso tutto il bene possibile. Non mi sentirei affatto a disagio a cantare alla fine di un concerto (mi riferisco infatti all'editoriale di febbraio). A questo proposito vorrei testimoniarle che tentativi di far cantare il pubblico alla fine di un concerto (nella fattispecie, però, si trattava di concerti corali) era una prassi quasi costante che il maestro Roberto Goitre usava e promuoveva quando presentava al pubblico i suoi Piccoli Cantori di Torino. Si spingeva anche oltre. Con le mani proponeva intervalli musicali diversi e, dividendo il pubblico in due o più settori, ci faceva… fermare con la voce un accordo. Mamme, papà, nonni, zii e quanti altri, venivano coinvolti nel piacere di far musica insieme e i nostri figli, che fino a poco prima ci avevano fatto godere con le loro melodie, si univano dal palco al battimani generale. Sono ricordi troppo belli e impressi nella mia memoria, perché io non abbia sentito l'impulso di scriverle e di renderla partecipe.
Sottoscrivo e mi unisco alla sua proposta che mi piacerebbe venisse attuata. Ogni direttore proporrebbe sicuramente cose diverse per cui, già in questo modo, ogni esperienza sarebbe una ricchezza.
Con tutta la mia stima.
Rita Bergamasco

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