Il
suo sito web (www.stevenisserlis.com)
è una fonte preziosa di informazioni e curiosità. Visitandolo
si scopre, ad esempio, come il quarantanovenne violoncellista inglese,
figlio e nipote d'arte con una lontanissima parentela niente meno che
con Mendelssohn, adori Johann Sebastian Bach («È lui che
porterei su un'isola deserta, se avessi un'unica scelta»), consideri
geniale ma spesso frainteso lo Schumann dell'ultima fase creativa («Concerto
per violoncello incluso, ovviamente»), detesti Delius («Ha
scritto musica orribile, specie per il mio strumento»), ami Saint-Saëns,
Fauré, i Beatles e i vecchi film dei Fratelli Marx...
In questa lista non si fa cenno a Elgar e al suo Concerto in
mi minore, in programma a Torino...
«È un pezzo che non sempre ha goduto dell'attenzione che
avrebbe meritato. Le interpretazioni succedutesi negli anni [la pagina
è del 1919, n.d.r.] hanno un po' distorto l'idea originale dell'autore,
specie per quanto riguarda le dinamiche espressive. Lo stesso Elgar, probabilmente,
fu sedotto dall'interpretazione storica che del pezzo diede Beatrice Harrison,
sicuramente importante ma non indiscutibile in assoluto».
Eppure capita spesso che certe interpretazioni diventino riferimento
assodato per la lettura di un pezzo...
«Trovo che sia profondamente sbagliato. Noi esecutori abbiamo il
dovere di entrare in sintonia con l'autore, non con questa o quella registrazione».
Il fatto che suoni volentieri Elgar e Britten è indice
di un feeling speciale venato di nazionalismo?
«Assolutamente no: del resto Beethoven non è appannaggio
dei tedeschi né Ravel dei francesi. Di sicuro, però, una
visita ad Aldeburgh [città inglese dove Britten visse a lungo e
dove, nel 1948, fondò un festival, n.d.r.] aiuta a capire meglio
il senso profondo e forse l'anima di molte composizioni britteniane».
Lei spazia dal Barocco al contemporaneo con molta disinvoltura:
il suo Bach, inciso per la Hyperion, ha avuto grande successo, mentre
John Tavener e Wolfgang Rihm le hanno dedicato pezzi nuovi e interessanti.
Ci tiene, però, a tenere gli ambiti sempre ben separati...
«Effettivamente detesto il crossover. Per lo più si tratta
di musica da tappezzeria spacciata per novità dalle case discografiche:
al massimo può servire da sottofondo durante una cena... La musica,
quella vera, ha bisogno invece di attenzione assidua, altrimenti si perdono
la trama e l'idea: proprio come a teatro».
Rimaniamo sul versante contemporaneo: come giudica il panorama
complessivo dei nuovi autori? Non ha la sensazione che alcuni compositori
di oggi abbiano meno voglia di osare rispetto a qualche decennio fa?
«Non si può generalizzare. Alcuni autori, indubbiamente,
scrivono in maniera piuttosto ruffiana. Altri, invece, sembrano non porsi
affatto il problema di dover comunicare col pubblico. Per fortuna ci sono
quelli che riescono ad arrivare all'ascoltatore senza mortificare le proprie
idee musicali».
A differenza di molti suoi colleghi, non si è convertito
al violoncello elettrico, preferendo il suo prezioso Stradivari del 1730...
«Non ho veramente nulla contro l'innovazione tecnologica in musica,
ma credo che il buon vecchio violoncello acustico abbia ancora tanto da
dire e da dare».
Si parla sempre di autori e solisti, mai del pubblico...
«Il problema sono gli snob, quelli che frequentano le sale da concerto
svogliatamente, convinti, a torto, che la musica classica non sia importante.
Il pubblico va coltivato e stimolato, a cominciare dai bambini: per loro
ho scritto vari libri di argomento musicale, a loro dedico una stagione
a New York».
La sua discografia non è sterminata: i suoi titoli sembrano
studiati con molta attenzione...
«Oggi il cd è come un biglietto da visita, così che
ne circolano troppi. Personalmente considero l'incisione come un'istantanea:
riflette solo lo stato d'animo di un preciso momento. Amo i dischi dal
vivo e, comunque, mi interessano i capolavori: le Suite di Bach, il Concerto
di Dvorák... Un giorno arriverò anche alle Sonate di Beethoven,
ma con calma».
Parliamo dell'Italia e del suo rapporto col pubblico di casa
nostra?
«Parliamo anche della cucina italiana, per favore: non ne esiste
una migliore! E il pubblico è particolarmente caloroso: Firenze,
ad esempio, è l'unica città che mi abbia riservato una standing
ovation dopo la Sinfonia per violoncello di Britten, che non è
esattamente un pezzo facile... Quando l'ho suonata negli Stati Uniti,
mezza sala si è data alla fuga... L'Italia è un'altra cosa,
insomma...» (s.v.)