di Gianni Nuti
Due
colpi di vento aprono l'Hymne pour orchestre del 1932 di Olivier
Messiaen: un affresco d'aria. Oggi avrebbe cent'anni questo
compositore senza tempo, che sul tempo musicale e i suoi arcani ha costruito
meditazioni, preghiere e canti.
Un uomo dalla personalità così libera da essere sfuggente:
organista per la chiesa della Santissima Trinità di Parigi per
mezzo secolo, dove improvvisava per le tre messe della domenica come un
uomo del Seicento, e sperimentatore del serialismo integrale come un avanguardista
di prima linea; da archeologo, recupera i ritmi della metrica classica,
i modi gregoriani e poi adotta scale orientali, raga indiani in nome delle
più moderne e sconfinate vie dei canti.
In quale geografia allora iscrivere Messiaen, in quale punto della storia
incardinarlo? La risposta è già in questa musica giovanile.
Per comporla non sta a terra, ma sospeso appena sopra le fronde degli
alberi, dove cantano i suoi amati oiseaux, con melodie interrotte, senza
familiarità apparente, senza regolarità: eppure, da questi
cenni incompleti, la memoria può ricostruire misteriosamente singolari
sensi, fecondare pensieri divergenti. Sortilegi, stregonerie sonore come
quelle di Debussy e di Skrjabin, reticenti a ogni fissaggio ma intriganti,
fascinose e amare. Anche quando sembra muovere le zolle con vangate gravi
di violoncelli e contrabbassi, il movimento resta aereo, serve solo per
caricare una rincorsa più efficace verso il cielo alto, dove i
colori della natura si fanno instabili, si liberano da forme conchiuse
appena queste accennano a farsi riconoscere e cambiano di secondo in secondo,
di sguardo in sguardo. Lo stesso autore vede la musica mescolare «l'oro
e l'ombroso con l'arancio striato di rosso e poi l'arancio
e il bianco latte impastati con il verde e l'oro». Poi un
«crescendo che parte da una tavolozza di blu, viola e verdi elevandosi
verso il rosso e l'oro»: quello delle icone bizantine, uno
sfondo che non ha più bisogno di paesaggio e forme. Un'immagine
per note che avvolge progressivamente il cerchio bianco del Santissimo
Sacramento (incluso nel vecchio titolo, poi espunto nel 1946) con un invisibile
ostensorio d'oro, e lo eleva sopra i fedeli, sopra le ragioni e
le logiche, sopra il tempo prevedibile.
Un compositore come Messiaen non si ferma in un punto del calendario,
non si fa ingabbiare dalle morse degli anni, pochi, insufficienti per
ciascuno di noi, non è semplicemente voce del Novecento: in questo
inno, sia quando lancia gli archi in gesti lirici, risoluti e supplici,
tempestati da staccati di legni e avvolti dalle rotondità dei corni,
sia durante le orazioni dimesse, tremule a punta d'archetto, è
ispirato da una tensione così acuta e insistente che chi ascolta
resta senza fiato, come se fosse risucchiato dall'aria vibrante
della musica e condotto altrove, dove il tempo è così perfetto
che non c'è.
Quello è il suo posto.
«Preferisco essere ammaliato per pochi minuti piuttosto che ipnotizzato per un'ora». Dopo aver assaporato le raffinatissime sottigliezze armoniche e l'eleganza della sua musica, mai più verrebbe fatto di abbinarle a quell'omone non ancora cinquantaseienne, dalla stazza fisica possente, che è Oliver Knussen da Glasgow. Una carriera bifronte di compositore (punta di diamante dell'odierna "scuola inglese") e direttore d'orchestra. Un ex-enfant prodige della composizione che a quindici anni dirige da sé la prima della sua First Symphony. Orecchio superbo, artigiano consumatissimo del pentagramma, il dualismo di innocenza e complessità è la sua cifra stilistica. Nel 1972 si imbatte in un paio di canoni enigmatici di John Lloyd, compositore dell'epoca di Enrico VIII, da pochi anni decifrati da Thurston Dart. Nel 1983 ci scrive sopra Music for a Puppet Court, nove minuti scarsi di sound rinascimentale fantasiosamente reinventato. Quattro brevi movimenti per un coloratissimo "caleidoscopio" musicale neo-stravinskijano, un mix intrigante di momenti a tratti giocosi, a tratti un pizzico surreali. (a.c.)