di Luca Del Fra
Forse
per quell'ironia di cui la sorte non è mai avara, La clemenza di
Tito inizia con le parole «Ma che? Sempre l'istesso...»: si
tratta, infatti, del libretto di Pietro Metastasio che è stato
posto in musica più e più volte, oltre una settantina, dal
suo primo apparire nel 1734.
La trama narra di un imperatore romano, la cui magnanimità nel
Settecento era antonomastica: il perdono elargito ad alcuni congiurati,
oltrettutto legati a lui da vincoli d'amicizia, lo aveva fatto assurgere
a modello di clemenza. Ecco perché questo testo encomiastico, sapientemente
scolpito dalla penna di Metastasio, era divenuto il perfetto libretto
pret-à-porter per opere a carattere celebrativo, commissionate
per lo più in occasione delle incoronazioni, e forse anche benaugurali
per un futuro regno illuminato dalla benignità monarchica - che
i sudditi potevano sperare, ma su cui non potevano giurare.
Secondo l'uso settecentesco caratterizzato da un vorticoso consumo musicale,
se il libretto poteva essere più o meno «sempre l'istesso»,
la musica doveva invece essere sempre nuova, ubbidendo alla moda del momento
e dipendendo dagli usi locali e dalle capacità dei cantanti scritturati.
Al primo compositore, Antonio Caldara, seguirono molte firme illustri:
Johann Adolf Hasse, Leonardo Leo, Christoph Willibald Gluck, Niccolò
Jommelli, Tommaso Traetta e altri ancora.
Fino al 1791 quando, in occasione dell'incoronazione che si doveva celebrare
a Praga del neo-imperatore Leopoldo II anche a re di Boemia, «sempre
l'istesso» libretto di Metastasio venne proposto anche a Mozart,
che in quella città aveva colto i suoi maggiori successi e che
subito accettò l'incarico di porlo nuovamente in musica, senza
preoccuparsi del poco tempo a disposizione: secondo testimonianze d'epoca
la composizione durò circa 18 giorni, mentre oggi s'ipotizza un
periodo leggermente più lungo, con Mozart assistito dal suo allievo
Franz Xaver Süssmayr, noto per aver completato il Requiem alla morte
del compositore.
Se nell'opera buffa Mozart aveva trapiantato con grande finezza modi,
tecniche ed elementi dell'opera seria, dieci anni dopo Idomeneo, tornando
all'opera seria con Tito, compie un procedimento per certi versi uguale
e contrario. L'opera metastasiana è scandita dal susseguirsi di
recitativi e arie, ma già Caterino Mazzolà, cui si deve
il buon lavoro di revisione del libretto per Mozart, introduce elementi
nuovi. Snellisce l'opera da tre a due atti, conserva solo sette delle
ben venticinque arie originali, però ne aggiunge quattro, e soprattutto
arricchisce l'impianto sin dalla prima scena con un duetto - «Come
ti piace imponi» -, e poi terzetti e altri pezzi d'assieme che non
compaiono nel testo di Metastasio e sono invece tipici dei drammi musicali
leggeri. Cambiamenti dietro cui è senz'altro possibile scorgere
le richieste del compositore in direzione non solo di un libretto che
non fosse «sempre l'istesso», ma di una maggiore forza drammatica.
L'alternarsi di arie virtuosistiche a quelle più intime –
è il caso delle impressionanti «Parto, ma tu ben mio»
di Sesto e del rondò di Vitellia «Non più di fiori,
vaghe catene», come della toccante «S'altro che lacrime»
di Servilia – questo alternarsi, dicevamo, non risponde più
a logiche puramente musicali, ma è funzionale alla caratterizzazione
dei personaggi: le forme legate alla tradizione, chiuse, identificano
Tito, la sua bontà, sicurezza e tranquillità d'animo, mentre
quelle più aperte, e volendo allora più moderne, tratteggiano
l'inquietudine dei cospiratori.
Introdotto dal pulsante recitativo accompagnato di Sesto - «Oh Dei,
che smania è questa» -, il primo atto si conclude nel crescendo
drammatico creato dallo sdoppiamento tra la collettività - il popolo-coro
che commenta sgomento l'incendio del Campidoglio - e, contemporaneamente,
l'individualità dei protagonisti della vicenda, cui è affidato
un succedersi di concertati a organico variabile, cosicché nel
suo complesso il finale d'atto si staglia per efficacia non soltanto nell'intero
teatro di Mozart, ma su tutto il dramma per musica del Settecento.