maggio 2008

teatro regio torino


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Intervista

Roberto Abbado
«Nella Clemenza va in scena la teoria degli affetti»

di Susanna Franchi

abbadoK. 621, a cinque numeri d'opera dal K. 626, il Requiem incompiuto, contemporanea al Flauto magico K. 620: è La clemenza di Tito, rappresentata per la prima volta a Praga il 6 settembre 1791. Ne parliamo con Roberto Abbado che, dal 16 maggio, torna al Teatro Regio per la prima rappresentazione torinese dell'opera mozartiana.

La clemenza di Tito è opera tra le meno conosciute e rappresentate del catalogo mozartiano. Come mai?
«L'ultima produzione di Mozart è differente dalla precedente. Nella Clemenza di Tito si nota una semplificazione dello stile che avrebbe sicuramente caratterizzato anche gli anni successivi, se Mozart non fosse morto pochi mesi dopo. È uno stile nuovo, che porta a compimento un processo di maturazione; per questo non si può dire che la Clemenza sia meno bella della Trilogia dapontiana: è meno immediata, ma non è meno bella! Ci sono arie e pagine musicali straordinarie!»

Spesso si tende a fare paragoni tra Idomeneo e Clemenza di Tito: due opere serie, due soggetti "classici"...
«È vero, vengono in genere accostate, ma Idomeneo è l'opera di un giovane compositore che voleva dimostrare le proprie capacità, La clemenza di Tito è quella di un autore che torna a comporre un'opera seria su commissione - l'incoronazione di Leopoldo II a re di Boemia, su un libretto di Metastasio rielaborato da Mazzolà - e che è ormai consapevole dei propri mezzi e non deve dimostrare più nulla a nessuno: compone nel proprio stile maturo, senza porsi alcun problema.
Nella Clemenza, Mozart decide di mettere in scena vari tipi di amore: qui la "teoria degli affetti" raggiunge una totale perfezione. Tra i vari personaggi ci possono essere relazioni fragili, volubili, dettate dalle circostanze, ma c'è innanzitutto l'amore declinato in diverse sfumature. L'amore e l'odio di Vitellia per Tito convivono in un equilibrio perfetto. Poi c'è l'amore di Sesto per Vitellia: Vitellia si serve di questo amore per "schiavizzarlo", per fargli fare quello che vuole. C'è l'amicizia, che è un'altra forma di amore: quella tradita tra Tito e Sesto, l'amicizia "affermata" tra Sesto e Annio. La Sinfonia, che Mozart scrisse per ultima, non rimanda a temi dell'opera, ma è proprio una sorta di introduzione a tutti questi tipi di affetti che verranno poi presentati».

Tito che comanda, Tito che vuole sposare prima Berenice poi Servilia poi Vitellia, Tito che perdona...
«Ci sarebbe molto da raccontare sul Tito personaggio storico che regnò solo due anni, che prima di passare alla storia come imperatore magnanimo fece stragi di ebrei a Gerusalemme… Trovo che il finale ci dica moltissimo su questo personaggio: tutti inneggiano a lui, lui ha perdonato eppure è rimasto solo, tutti lo hanno deluso; nella musica del finale sento un'autocritica, come se Tito, parlando alla sua coscienza, si chiedesse in che misura dipenda da se stesso la condizione di solitudine in cui si ritrova: ciò lo rende estremamente umano».

Al Regio torna a lavorare con il regista Graham Vick.
«Sì, dopo Simon Boccanegra, con il quale inaugurammo la stagione del Regio 2003-2004, torniamo a lavorare insieme e non vedo l'ora di cominciare a provare con lui, per vederlo lavorare sul testo e sui cantanti in quest'opera nella quale ci sono rapporti intricati e intriganti».