aprile 2008

editoriale


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L'etica degli interpreti

JeffreyPerché - mi chiede un ascoltatore - se vado a un concerto
per sentire la Pastorale di Beethoven sono sicuro che me la suoneranno così come è scritta sulla partitura mentre se vado a sentire/vedere Il flauto magico o Macbeth devo temere che interventi musicali (sui recitativi, ad esempio) o registici (su tutto lo spettacolo) stravolgano la volontà dell'autore? Dov'è - mi domanda - l'etica degli interpreti che si dedicano all'opera?
Mi vengono in mente due risposte. Una è che il teatro, per come lo conosco, è un luogo nel quale ci si sporca le mani, ci si mette in gioco completamente, e dunque sembra lecito lavorare a uno spettacolo (che è cosa diversa da una "esecuzione") con tutte le armi a disposizione, comprese quelle che l'evoluzione della scenotecnica regala. L'altra è che anche la musica strumentale è stata ripensata o "aggiornata" più volte: si pensi a Mahler o a Stokowski che riorchestravano Schumann e Beethoven (Mahler tagliò anche qualche battuta dallo Scherzo della Nona) o a Karajan che eseguiva le Stagioni con la gigantesca orchestra dei Berliner: anche loro tradivano le partiture, e in modo prepotente.
E poi non credo che ai compositori del passato sarebbero dispiaciute le letture ardite o certe riscritture del loro lavoro: mutatis mutandis, nel mio piccolo mi sono divertito molto quando un dj ha realizzato dei remix di miei serissimi lavori destinati alla sala da concerto; e non vedo l'ora che esca il disco che un trio di jazzisti sta registrando rileggendo (e stravolgendo) altre mie partiture.
Dunque - spero che il mio lettore mi perdonerà - in fondo penso che abbiano ragione gli artisti che allestiscono opere e che a sbagliare siano gli interpreti della musica da concerto; e credo che anche lì oggi, in epoca di filologia diffusa e battagliera, non sarebbe male lasciarsi sorprendere da declinazioni diverse del passato. Io una Pastorale con qualche sax e un basso elettrico ogni tanto la ascolterei volentieri. E non perché mi interessi ritrovare in sala da concerto Rondò Veneziano (Dio me ne scampi) o Pavarotti&Friends (per carità), ma perché fingere che tutto sia rimasto immutato quando invece tutto è cambiato non mi sembra una gran prospettiva. Anche Beethoven faceva spettacolo, stupiva, permetteva al pubblico di godere del nuovo;
e se oggi un direttore di genio ci può dare un pò di brivido correggendo il sound delle partiture storiche, magari soltanto per qualche battuta, per sperimentare, per metterle alla prova, non mi sembrerebbe un gran male. Anzi. Tanto poi esistono i dischi, le partiture originali, pletore di preparatissimi filologi e di eccellenti studiosi pronti a rimettere le cose a posto. E noi, nel frattempo,
ci saremmo lasciati sorprendere.
Che cosa ne pensate?