di Gianni Nuti
La prima immagine che mi è venuta in mente è quella della stampa che ho appesa sopra il comodino della mia camera da letto: una Deposizione del Settecento spagnolo in cui il cadavere del Cristo giace prostrato tra le braccia di Maria e ha una bocca semiaperta disperatamente realistica, uno sguardo tutt’altro che pacificato, così come la madre è imbruttita, corrugata dal dolore.
Una vera, cruda morte di fronte alla quale, prima o poi, si posa il nostro sguardo di vivi. Da quel pezzo di carne inacidito, denudato da ogni flatus vitae sgorga un sentimento musicale: l’assenza.
Così mi sembra la storia della Pasqua, non secondo la dottrina, ma attraverso la lettura di un uomo d’arte: una celebrazione articolata ed epica delle cose invisibili.
In Quaresima, cessati i baccanali del carnevale, le chiassose baldorie, le mascherate, i balli e le cene, si resta in attesa, coltivando la pratica della privazione: le carmelitane scalze, che aspirano ad allestire piccole oasi nelle quali la trascendenza possa scendere e riposare, attirano a sé il Cristo spogliandosi di ogni bene terreno, di ogni contatto con il mondo, di desideri e bisogni. La debolezza prevale sul fervore, il grigio cenere sulla policromia.
Nel Giovedì Santo si celebra un addio alla comunità degli uomini e alle cose terrene, si lascia un testimone ideale, dunque etereo, nel nome dell’umiltà, del servizio, della donazione.
Poi la chiesa si spoglia di ogni segno iconico, sopra ogni oggetto sacro cala un velo di lino che separa dalla conoscenza, la nasconde e paradossalmente ne suggerisce i contorni essenziali, lascia spazio al mistero e allontana dal mondo: ricorda il velo del tempio di Gerusalemme, dietro al quale si nascondeva il Santo dei Santi, che secondo il Vangelo di Matteo si squarcerà, contrassegnando così il disvelamento, nel senso iniziatico del termine.
Qui inizia l’Ufficio delle Tenebre, simbolo della solitudine del Cristo nel suo approssimarsi alla morte. E la musica risale alle sue origini, quelle che cantano la distanza dell’uomo di ogni luogo e razza da un’energia superiore unificatrice e consolatoria: le Lamentazioni di Geremia, messe in musica tra gli altri da Couperin, Charpentier, Orlando di Lasso e De Lalande evocano la solitudine di Gerusalemme e della gente di Israele dopo la sconfitta subita per opera dei babilonesi, confessano le colpe del popolo eletto. Ma le origini sono molto più antiche: in Egitto erano utilizzate perché gli dei proteggessero le barche dei morti e assicurassero la loro resurrezione.
Le quindici candele disposte su un candelabro detto Saetta saranno spente progressivamente, salmo dopo salmo, tranne quella all’apice, simboleggiante il Cristo piegato dalla crocifissione ma non sconfitto: un cerimoniere l’allontanerà riponendola dietro l’altare.
Durante la “notte oscura dell’anima”, quando, come dice Giovanni della Croce, l’uomo ha abbandonato completamente ogni legame con il mondo ma Dio non premia la sua donazione, negandosi, si intona un Miserere in cui la musica specula su poche note, spremendole fino all’ultima goccia d’umore melanconico.
Alla fine i fedeli scoppiano in un rumoroso batter di piedi, scuotere di gingilli, per ricordare la reazione della natura alla morte del Cristo, il terremoto provocato dalla fine della speranza per ogni essere vivente, ma anche per spaventare le forze demoniache e scacciare il male con suoni forti e repentini. Poi cala il silenzio, altro volto della musica, mentre il corpo di Gesù è avvolto da un lenzuolo, un sudario che ne conserverà il mistero.
Durante la “notte più chiara del giorno”, invece, l’assenza è colmata dalle meditazioni e dalla ricostruzione del passato spirituale: dalla Genesi all’Apocalisse si traccia la parabola dell’umanità, si ribadisce l’urgenza che qualcosa accada, ci si prepara alla rivelazione purificandosi con l’acqua, elemento musicale dalla consistenza sfuggente, dal moto scorrevole o stagnante, dalle forme ondivaghe o frastagliate, sempre provvisorie; e col fuoco, forza impetuosa, colore del dramma e della tensione profonda protesa verso la consunzione, l’incenerimento.
Per la Resurrezione nessuna hollywoodiana immagine di trionfo: il riscatto dal destino di estinzione al quale siamo condannati è rappresentato come un’assenza, «Chi cercate donne?» Pure la consolazione di poter piangere davanti a un sepolcro è negata dalla sparizione dei resti corporei.
Tutto questo complesso corpus di simbologie, riti e racconti ispira pensieri musicali perché, al contrario della Natività che esalta l’incarnazione e dunque l’assunzione da parte dello spirito di una forma sensibile, la Pasqua parla dell’inconsistenza della materia, decreta la fatuità delle cose visibili.
E la musica, per la sua natura di arte debole, fatta di fenomeni temporali transitori, di coese architetture sonore instabili, può dare voce a una vicenda così liminare che procede per immagini drammaticamente adombrate, incompiute.
In fondo, come ricorda Sergio Quinzio, siamo ancora oggi in attesa di una redenzione…
Ma c’è un altro motivo per cui i compositori di ogni epoca hanno meditato sul mistero pasquale: la sequenza drammaturgica che dà ordine alle vicende della Passione è una costruzione macro-strutturale completa, il canovaccio ideale per una partitura dove momenti lirici, elegie e tragedie, inni e lamenti, descrizioni e riflessioni si articolano lungo una trama temporale dagli equilibri perfetti.
Una narrazione che segue prototipi universali propri della comunicazione narrativa: parte da un trionfo, una pubblica consacrazione che si incrina verso uno stato di crisi che porta all’isolamento del protagonista, al suo distacco dalla comunità, al sacrificio e finisce con una catarsi che nuovamente feconda di speranza la collettività proiettandola verso un futuro ignoto, paradossale eppure possibile.
È la metafora di una storia di vita in cui si provano sentimenti di comunione e di ostilità, scontro e violenza, si fa esperienza della solitudine inconsolabile, dell’amore gratuito e del tradimento amicale, fino al confronto con la morte e con la speranza che non sia finita lì, che resti memoria, che al di là del tempo si conservino gli affetti cari e le libere idee.
Così il racconto della Passione, almeno a partire dal XV secolo, ben prima quindi della Riforma, dopo la quale fiorirono gli oratori, soprattutto in lingua tedesca, come quelli bachiani; si avvicina alla gente del popolo in forma teatrale, con personaggi principali e la folla, il narratore che legge la vicenda dalla distanza e i gregari che ravvivano episodi brevi, incastonati come camei nella vicenda-madre.
E la musica recita, declama, implora, filosofeggia e giace mesta appena sopra le frequenze del silenzio.
Il suo potere è certo quello di favorire pensieri ultimi sul nostro destino, sulle nostre cecità, sulla capacità di immaginare orizzonti salvifici, ma soprattutto di richiamare ai sensi un’esperienza totale, ben oltre l’udito: odorosa di spezie e oli aromatici, colorata di porpore e terre bruciate, animata da icone grottesche e mascherate, da moti aggraziati e forme perfette, proiettata oltre, verso una dimensione indicibile. Infine governa le emozioni estreme: stempera la gioia piena insinuando, per la fragilità delle note, il dubbio che essa duri il tempo di un respiro e rende il lutto più dolce, accompagna il corpo verso la sua nullificazione riproducendone i suoi gesti più carezzevoli, il pulsare più lento, il colore più roseo, la sua voce più avvolgente.
Non occorre essere esperti di musica sacra per abbandonarsi al clima di tragedia e festa che la musica pasquale evoca; non occorre essere credenti per percorrere un’esperienza di vita sfaccettata e intensa, nella quale vita e morte si contendono, con passione, le ragioni ignote per cui stiamo al mondo.