di Nando dalla Chiesa*
Il sistema che finalmente si apre. Il grande e prezioso mondo dell’Alta Formazione Artistica e Musicale che rifiuta barriere localistiche, confini istituzionali, recinti culturali. E si spalanca alla reciproca conoscenza e alla contaminazione. E anche al cimento. Questo è lo spirito originario del Premio delle arti promosso dal Ministero dell’Università e della Ricerca, giunto quest’anno alla sua quinta edizione. E questa è anche stata la ragione per cui il Premio ha generato, all’inizio, risposte differenti da parte delle singole istituzioni invitate a prendervi parte. La ragione per cui ha visto da subito candidarsi con entusiasmo le istituzioni formative più dinamiche e vitali; e recalcitrare, invece, quelle più guidate da logiche autoreferenziali o dalla diffidenza verso le innovazioni di contesto.
Non è un mistero, in effetti, che il sistema dei Conservatori e delle Accademie, pur diffusamente ricco di tesori e talenti, abbia coltivato qua e là tendenze isolazioniste, frutto di un complesso intreccio di fattori: dallo scarso orientamento a valorizzarlo come punta di diamante della formazione e del patrimonio culturale del Paese all’assenza di orizzonti chiari e definiti di sviluppo, ai molti equivoci sulla sua effettiva funzione. Il Premio ha scosso dunque gradualmente costumi consolidati, incoraggiando gli atteggiamenti più in linea con il cambiamento dei tempi, e in particolare con il passaggio del sistema al rango universitario. Ha introdotto il principio del confronto, il coraggio della reciproca comparazione degli standard di studio e di formazione praticati e raggiunti nelle differenti istituzioni formative. Ha insomma promosso una virtuosa competizione nelle discipline affini (generi musicali, arti visive…) rompendo incrostazioni più o meno autogiustificate. E questo, anziché innescare le tipiche patologie possibili della concorrenza, ha offerto ai molti talenti (non solo agli allievi, ma per riflesso anche ai docenti) la possibilità irrinunciabile di farsi conoscere, di sperimentarsi nel confronto con i livelli più alti, in un clima di coesione e di condivisione che chiunque abbia partecipato anche a una sola sezione del Premio ha potuto respirare.
Dunque il confronto come premessa della crescita, della spinta a migliorarsi. Ma anche il confronto come opportunità per i singoli (e per i gruppi) di accelerare il cammino verso il riconoscimento e la pubblica certificazione dei propri meriti e delle proprie qualità artistiche. E per converso la possibilità per il sistema di saggiare le sue potenzialità complessive, di localizzare i filoni formativi più ricchi e interessanti, così da potere progettare anche la definizione di aree di sviluppo omogenee per potenzialità e vocazioni, ossia quei “poli” o “distretti” formativi che, ad avviso di chi scrive, sono in grado di rivoluzionare la qualità e l’impatto, culturale ed economico, dei singoli sottosistemi in cui si articola l’Alta Formazione Artistica e Musicale.
Ma il Premio svolge sempre più anche un’altra fondamentale funzione che riguarda il rapporto tra le istituzioni formative (e il loro lavoro) e il pubblico esterno. Spesso infatti si lamentano, e con ragione, le scarse opportunità di autorealizzazione professionale disponibili per i giovani artisti, specie nella musica. E si propongono, per ovviarvi, ricette rituali e talvolta di breve respiro: dalla nascita di una grande orchestra regionale alla creazione dei licei musicali, visti come miracolosi e inesauribili luoghi di assorbimento di musicisti in cerca di lavoro. Il fatto è che la vera prospettiva è quella di un allargamento costante del mercato della fruizione musicale. E che questa prospettiva poggia necessariamente sul coinvolgimento sistematico dei cittadini e dell’opinione pubblica, quella colta in particolare, nella valorizzazione del lavoro dei Conservatori. Si tratta di un’azione da svolgere mettendo in campo strategie integrate, in cui recitino un ruolo da protagonisti enti pubblici e privati, di differente ordine e natura. Il Premio delle arti si è posto consapevolmente come stimolo originario di questa strategia, che è dovere di tutti arricchire e potenziare con lungimiranza e con senso di responsabilità verso il futuro dei giovani artisti. Occorre dare atto e dire grazie al Conservatorio di Torino per avere voluto essere parte attiva in questo grande impegno collettivo.
* sottosegretario al Ministero dell’Università e della Ricerca