di Nicola Pedone
«Nonostante le sue imperfezioni, il corno è, di tutti gli strumenti a fiato, il più bello quanto a timbro e intrinseca qualità di suono, mentre le emozioni suscitate dal suo fascino sonoro sono generalmente considerate irresistibili». Così scriveva nel 1824, nell’imponente Méthode de Cor alto et de Cor basse, il virtuoso di corno e didatta Louis-François Dauprat. Opinione di parte, d’accordo, ma non priva di ragioni. All’epoca di Dauprat, per altro, il corno stava conoscendo una vera e propria rivoluzione tecnologica a opera di costruttori tedeschi e boemi che, attraverso l’introduzione della “macchina” azionata dalla mano sinistra, doveva rendere il corno in grado di coprire agevolmente il totale cromatico della propria estensione. Fino ad allora, infatti, vigeva il cosiddetto corno naturale, che i tedeschi non a caso chiamano Waldhorn (corno della foresta), costituito da un “semplice” tubo ritorto che produce una serie discontinua di suoni: gli armonici. A partire da questi, e con particolari abilità – la correzione di labbro e soprattutto la mano destra inserita nel padiglione che modifica l’altezza delle note – un bravo cornista era in grado di ottenere i suoni mancanti dalla serie armonica; ovviamente (ma non vorremmo qui aprire una diatriba filologica) senza quella omogeneità timbrica che è propria del corno moderno. In ogni caso, dai tempi in cui era sceso da cavallo per entrare in orchestra fino all’odierno corno doppio in fa-si bemolle, di strada il nostro strumento ne ha percorsa molta. Portando sempre con sé, tuttavia, gran parte della sua natura originaria di strumento di segnali (di caccia, di posta, di guerra), serbatoio inesauribile di evocazione e di apertura di spazi immaginativi (le «emozioni… irresistibili» di Dauprat).
La storia del repertorio concertistico del corno è anche la storia di come questo ethos abbia di volta in volta giocato con le trasformazioni del linguaggio musicale, con le innovazioni tecnologiche e con la creatività dei singoli musicisti, a partire da Haydn e Mozart e dai meno conosciuti Stamitz e Stich, forse più noto come Giovanni Punto. Nell’Ottocento romantico spiccano soprattutto il Concertino di Weber e il Konzertstück per quattro corni di Schumann, anche perché l’interesse dei maggiori compositori era ormai concentrato sul corno come nobile protagonista dell’orchestra. Sarà Richard Strauss con i suoi due Concerti a riproporre lo strumento a livello solistico, riaprendo un interesse tuttora vivo presso i compositori.
Non sappiamo se Schumann avesse in mente i cornisti dell’orchestra di Dresda o quelli di Lipsia per il suo Konzertstück op. 86. Certamente dovevano essere quattro solisti eccellenti, capaci di dominare perfettamente il “corno a macchina”. A cominciare dal primo corno, che il 13 e 14 marzo sarà lo svizzero Bruno Schneider. Diplomatosi al Conservatorio di La Chaux-de-Fonds, dove fonderà più tardi una “Académie de cor” ormai punto di riferimento per i cornisti di tutto il mondo, Schneider è stato per quindici anni primo corno solista a Zurigo, Monaco e infine alla Suisse Romande di Ginevra, città presso il cui Conservatorio insegna.
Dal 2003 è corno solista all’Orchestra del Festival di Lucerna di Claudio Abbado e gira il mondo come concertista di fama, essendo anche divenuto dedicatario di parecchi lavori per corno (l’ultimo di Jost Meyer).
A completare il quartetto, Corrado Saglietti, Marco Panella e Marco Tosello, tutti dell’Orchestra Rai. Perché, come ci ha ricordato Frühbeck de Burgos, questa Orchestra può vantare in ogni suo settore solisti di primo livello. (n.p.)
giovedì 13 marzo
ore 20.30 – turno rosso
venerdì 14 marzo
ore 21 – turno blu
Auditorium Rai
Arturo Toscanini
Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai
Paul Mann
direttore
Bruno Schneider
Corrado Saglietti
Marco Panella
Marco Tosello
corni
Elgar
In the South (Alassio), ouverture op. 50
Schumann
Konzertstück
in fa maggiore
per 4 corni e orchestra op. 86
Mozart
Concerto n. 3
in mi bemolle maggiore per corno e orchestra
K. 447
Janácˇek
Taras Bulba,
rapsodia sinfonica