di Stefano Catucci
Il nome in codice dell’operazione della Luftwaffe che l’8 novembre 1940 rase al suolo la cittadina di Coventry era Sonata al chiaro di luna. Undici ore ininterrotte di bombardamento, dalle sette di sera alle sei di mattina, e in più quel titolo tragicamente beffardo che associava il diluvio delle esplosioni all’immagine più celebre del Romanticismo musicale. Ventidue anni dopo la cattedrale di Coventry, sventrata dalle bombe di quella notte, era stata ormai restaurata e venne riaperta con una cerimonia che, proprio tramite la musica, voleva tendere alla conciliazione. Una nuova composizione era stata commissionata a Benjamin Britten e per le parti delle voci soliste maschili erano stati chiamati due cantanti, Peter Pears e Dietrich Fischer Dieskau, che appunto simboleggiassero la fratellanza di Inghilterra e Germania, dopo le terribili distruzioni che avevano colpito anche le città tedesche.
Britten, però, non costruì una musica celebrativa, ma dipinse il quadro di un’accorata denuncia degli orrori della guerra. Se la base di War Requiem è il testo latino della messa dei defunti, l’aggiunta dei versi bellissimi e desolati di Wilfred Owen, poeta inglese caduto in battaglia negli ultimi giorni della Prima Guerra Mondiale, conferisce all’opera un colore più preciso. Non della morte come tale si tratta ma, appunto, della morte in guerra, della sua insensatezza, come pure dell’esperienza di perdita del sé a cui va incontro, in guerra, anche chi sopravvive.
Difficile trovare un’altra partitura che esprima con altrettanta forza una posizione di pacifismo così coerente e radicale. La dimensione religiosa del testo liturgico, inframmezzata com’è dalle parole di Owen, non promette salvezza, ma scava per contrasto il solco di una solitudine nella quale c’è solo spazio per la disperazione o, al limite, per una preghiera che non confida in alcun premio ultraterreno, ma solo nella possibilità di un sentimento fraterno fra soldati che si riconoscano reciprocamente come uomini, cioè come fratelli.
Nel film che Derek Jarman ha realizzato per accompagnare il War Requiem, c’è una scena di incontro fra due soldati, intorno a un pianoforte miracolosamente salvatosi da un bombardamento, che sintetizza in modo efficacissimo quest’unica dimensione di speranza. La guerra sembra per Britten il prodotto di un mondo che non può più coltivare la speranza della fede e che tuttavia ne riafferma con disperazione il bisogno. Musicalmente i contrasti vengono resi nitidi anche dal diverso volume sonoro con il quale sono trattati i due testi: quelli della messa di Requiem sono affidati al coro, alla voce di soprano e all’orchestra piena; quelli di Owen vengono intonati dalle due voci maschili e da una compagine strumentale ridotta fino a dimensioni cameristiche. Il Libera me conclusivo è emblematico dello sviluppo delle idee di Britten: la preghiera del coro è accompagnata da un ritmo lugubre, marcatissimo, e quando la voce del soprano intona le parole «Tremens factus» il disegno orchestrale si anima in uno Scherzo sinistro, al termine del quale si può riconoscere una citazione del Dies Irae del Requiem verdiano. Un silenzio separa questa visione tragica e priva di luce dalle parole dei due soldati che si riconoscono e che, chiamandosi “amici”, pronunciano l’unica parola di conciliazione in grado di opporsi all’insensatezza della guerra. «Lasciateci dormire ora», chiedono infine, mentre dall’orchestra emergono i tenui suoni dei legni e dell’arpa. Ad accompagnarli nel loro ultimo viaggio saranno le voci bianche, associate all’immagine di un’innocenza primordiale, e poi il coro che ripete pianissimo, senza orchestra, le parole «Requiem aeternam dona eis Domine».
Chi ha definito antireligioso o persino blasfemo il War Requiem di Britten ha indubbiamente esagerato. Certo, però, nel combinare tradizione religiosa e versi profani il musicista ci ha consegnato un simbolo del sentimento di abbandono nel quale ogni guerra getta gli uomini e la tenue speranza in una scintilla che sovverta il gioco, rivendicando anche contro ogni logica le ragioni più forti della pace.
Un importante impegno “fuori sede” attende nel mese di marzo l’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai: due concerti a Cuenca, in Spagna, per il Festival Semana de música religiosa. In programma il War Requiem di Britten e la Messa da Requiem di Verdi entrambi diretti da Juanjo Mena, con la partecipazione di un cast di voci internazionali come Danna Glaser, Ildiko Komlosi, Giuseppe Sabbatini e Carlo Colombara per Verdi e Judith Horvath, Augustín Prunell-Friend e Christopher Robertson per Britten.
CONCERTI FUORI SEDE
giovedi 20 marzo
Cuenca – Teatro Auditorio
Festival Semana de música religiosa de Cuenca
Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai
Coro Filarmonico «Ruggero Maghini» di Torino
Coro di voci bianche “I Piccoli Musici”
Juanjo Mena direttore
Judith Horvath soprano
Agustín Prunell-Friend tenore
Christopher Robertson baritono
Claudio Chiavazza maestro del coro
Mario Mora maestro del coro di voci bianche
Britten
War Requiem per soli, coro, orchestra, orchestra
da camera, voci bianche e organo op. 66
venerdi 21 marzo
Cuenca – Teatro Auditorio
Festival Semana de música religiosa de Cuenca
Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai
Coro Filarmonico «Ruggero Maghini» di Torino
Juanjo Mena direttore
Danna Glaser soprano
Ildiko Komlosi mezzosoprano
Giuseppe Sabbatini tenore
Carlo Colombara basso
Verdi
Messa da Requiem per soli, coro e orchestra