marzo 2008

orchestra sinfonica nazionale della rai


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Martha Argerich
La fusione perfetta dell’anima con la musica

di Oreste Bossini

ArgerichÈ terribilmente impervio tentare in poche righe un bozzetto di Martha Argerich. Cosa si potrebbe dire di nuovo su un’artista tanto nota e così poco propensa a occultarsi, a dissimulare la propria natura sul palcoscenico, di fronte al pubblico? Ammesso pure che qualcuno non conosca la sua biografia, che non sappia come la sconosciuta allieva di Vincenzo Scaramuzza, poco più che bambina, arrivata da Buenos Aires solo due anni prima, abbia sbalordito la giuria del Concorso «Busoni» nel 1957, la stessa ragazzina che, diventata nel frattempo una tigre, qualche anno dopo, nel 1965, conquistava lo «Chopin» di Varsavia sbaragliando gli avversari come Napoleone a Marengo; ammesso che qualcuno non abbia mai sentito raccontare qualche pettegolezzo sulla sua turbolenta vita sentimentale o che non sia incappato almeno una volta nelle sue improvvise e imprevedibili rinunce al concerto, causa di costanti angosce a organizzatori pure disposti sempre a perdonarle tutto; ammesso persino che non abbia mai ascoltato uno dei suoi innumerevoli dischi e non sia informato della sua lunga amicizia con Claudio Abbado, fiorita nei giorni irripetibili degli studi a Vienna; anche ammesso tutto questo, chiunque conoscerà immediatamente la vera natura di Martha Argerich al primo attacco al pianoforte. O per meglio dire riconoscerà, perché la Argerich interpreta i brani del suo repertorio come se non si fosse mai veramente separata dalle musiche suonate. Il suo Prokof’ev o il suo Ravel, gli autori che nel tempo si sono forse mantenuti più costanti, non si sono mai davvero allontanati da noi, anche a distanza di anni tra un’esibizione e l’altra, perché la loro musica era divenuta sin dall’inizio, in maniera indissolubile, fibra stessa del suo essere. In genere gli artisti, anche i più generosi, conservano una parte della propria personalità un po’ nascosta, celata agli occhi del pubblico. Il loro pensiero di solito non è completamente visibile a tutti: una certa quantità delle proprie sensazioni più profonde, in misura più o meno cospicua, resta da scoprire all’intelligenza e alla sensibilità di chi ascolta. Nel caso di ArgerichMartha Argerich, invece, il momento del concerto si manifesta sempre come un’esperienza senza limiti e questo filtro di autodifesa, apparentemente indispensabile anche ai soggetti più impulsivi, come Leonard Bernstein per esempio, sembra del tutto dimenticato. È difficile, se non impossibile, citare un altro musicista di tradizione classica, oltre alla Argerich, che riesca a partecipare così pienamente come persona, come individuo, al proprio lavoro, anche negli aspetti più legati alla dimensione dell’autocontrollo quali la proprietà dello stile o la pulizia tecnica. Riuscire peraltro non sembra forse il verbo migliore, dal momento che Martha Argerich perviene a questa fusione perfetta della propria anima con la musica non attraverso un processo di volontà, ma per genuina e spontanea natura. Anche un dilettante di psicologia non avrebbe difficoltà a scorgere in questo impulso irrefrenabile a gettare tutta se stessa nella mischia la causa delle fragilità che la Argerich ha manifestato qualche volta, fuggendo delle esibizioni, sebbene sia difficile indicare oggi un pianista dotato di tecnica e di natura musicale pari alle sue. È quasi inutile aggiungere che proprio questo suo coraggio, questa sua istintiva maniera di esporre la propria sensibilità, questa sua maniera di vivere il concerto senza rete la rende amata fino alla venerazione dal pubblico di ogni età.
La Argerich ha suonato innumerevoli volte il Terzo concerto di Prokof’ev, collaborando con le migliori formazioni del mondo e un nugolo di direttori d’orchestra. La prima versione discografica del Concerto risale addirittura al 1965, l’ultima, giusto l’anno scorso, con Charles Dutoit e l’Orchestre de la Suisse Romande; in mezzo, un impressionante elenco di registrazioni, compresa una del 1968 con l’Orchestra Sinfonica di Torino della Rai diretta da Nino Sanzogno. Benché una simile storia lascerebbe immaginare perlomeno un tantino di ruggine o qualche cedimento alla routine, bisogna sentire con quanta freschezza e vitalità la Argerich interpreta questo capolavoro di forma e di stile con la stessa sconvolgente energia della prima volta, per rendersi conto di quale fiamma eterna arda nel petto di una simile artista.




giovedì 27 marzo
ore 20.30 – turno rosso
venerdì 28 marzo
ore 21 – turno blu
Auditorium Rai
Arturo Toscanini
Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai
Tugan Sokhiev

direttore
Martha Argerich pianoforte
Prokof’ev
Concerto n. 3
in do maggiore op. 26
Cˇajkovskij
Sinfonia n. 4
in fa minore op. 36

FUORI SEDE

sabato 29 marzo
Bologna
Teatro Manzoni
Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai
Tugan Sokhiev

direttore
Martha Argerich
pianoforte
Musiche di Prokof’ev, Cˇajkovskij