di Paolo Cairoli
Il Settecento è stato un secolo davvero sorprendente dal punto di vista musicale: in ambito strumentale le invenzioni non si contano, e in quello vocale il virtuosismo, spinto ben oltre i limiti della natura umana, non smette ancora oggi di affascinare larghe schiere di adepti. Erano anni in cui il successo di un’opera era determinato dai cantanti, attorno ai quali si era creato un apparato di fama, fortuna e adorazione molto simile allo star system di oggi. I grandi divi della scena erano indubbiamente i castrati, per i quali i compositori ideavano ruoli vocalmente impervi e sui quali gli interpreti intervenivano con ulteriori virtuosismi e improvvisazioni.
La stagione del 1734 del Teatro «San Giovanni Grisostomo» di Venezia divenne celebre perché ospitò un vero e proprio duello fra i due evirati allora più celebri: Carlo Broschi, detto Farinelli, e Gaetano Majorano, detto Caffarelli, ricordato con tanta nostalgia da Don Bartolo nel Barbiere di Siviglia. Per loro Geminiano Giacomelli scrisse La Merope, dramma in musica in tre atti, contenente un’infilata di arie da vertigine. Merope, regina di Messenia, fu interpretata da Caffarelli, mentre il di lei figlio e salvatore Epitide fu Farinelli. E proprio a lui toccò un’aria da hit parade, «Quell’usignolo che innamora», che leggenda vuole sia stata cantata tutte le sere nei venticinque anni in cui il musicista prestò servizio presso la corte di Spagna. Leggenda o no, certo è che la partitura, con le variazioni tradizionalmente eseguite da Farinelli, è davvero impressionante: ogni frase è variata con le più stellari colorature e ogni fermata prevede una cadenza, per un totale di ben sette cadenze, alcune delle quali con dodici battute di vocalizzi.
L’occasione di ascoltare questa mitica aria, e di immergersi nei fasti di quell’epoca straordinaria, è fornita da Lingotto Musica e dall’Ensemble dell’Orchestra Barocca di Venezia, costituito dalle prime parti della formazione conosciuta internazionalmente con il nome di Venice Baroque Orchestra, fondata dal clavicembalista e direttore d’orchestra Andrea Marcon. Con il complesso, che dedica particolare attenzione all’esecuzione con strumenti d’epoca, si esibiscono due cantanti prestigiosissime: Romina Basso, da sempre concentrata sul repertorio barocco e rossiniano, che ha interpretato con specialisti come Ottavio Dantone e sir Charles Mackerras, e Paola Cigna che ha lavorato con direttori come Giuseppe Sinopoli e Jeffrey Tate, e registi quali Ugo De Ana e Mario Martone.
Oltre a «Quell’usignolo», il programma del concerto prevede arie da quattro diverse opere di Haendel: Giulio Cesare in Egitto, del 1724, con l’intensa riflessione di Cleopatra «Se pietà di me non senti»; Tolomeo, Re d’Egitto, del 1728, con il duetto «Tutto contento or gode», che nella prima esecuzione fu cantato da un altro celeberrimo castrato, Francesco Bernardi detto Senesino, insieme con il soprano Francesca Cuzzoni; Lotario, del 1729, con l’acrobatica aria di Adelaide «Scherza in mar la navicella», e Sosarme, Re di Media, del 1732, con l’aria «Per le porte del tormento». Ma un excursus nell’opera barocca non può non contemplare Vivaldi, che di lavori teatrali ne scrisse più di quaranta. Fortunatissimo il Farnace, del 1727, di cui è proposta la splendida «Gelido in ogni vena», tormentata riflessione del protagonista sulla presunta morte del figlio, che si svolge tra il grave rigore dell’introduzione orchestrale e una conclusione che sa suggerire, attraverso uno stratosferico virtuosismo vocale, il delirio di una mente allucinata. Completano il programma del concerto alcuni momenti strumentali come la celebre Sonata di Vivaldi “La Follia”, ispirata alla danza di origine portoghese connessa ai riti per la fertilità, e il Concerto in re maggiore per traversiere, archi e continuo di Telemann.