di Laura Brucalassi
«Nella classe di musica, in un’ora di lezione. Cinque tipi sui vent’anni, in mano gli strumenti, chi l’archetto, chi il clarinetto… Due anni più tardi li incontriamo in sala da concerto. Suonano insieme (animatamente)…». Avrebbe potuto descrivere così, Raymond Queneau, l’avventura del giovane quintetto d’archi e clarinetto che porta il suo nome. I due violini del gruppo – Diego Castelli e Lorenzo Derinni – ci forniscono qualche elemento in più: «Alcuni di noi, in modo particolare gli archi, hanno formazione ed esperienze comuni, per via degli studi al Liceo Musicale del Conservatorio di Milano. Lì ci siamo incontrati e siamo diventati molto amici. Nel 2004 abbiamo conosciuto la clarinettista Alessandra Masiello, nostra compagna nella classe di musica da camera del maestro Marco Pace, ed è stata lei a proporci di costituire il Quintetto, spinta dall’interesse per questo tipo di repertorio. Tutti abbiamo accolto l’idea con entusiasmo».
Poi sono venute esperienze importanti, come la partecipazione al Festival Internazionale Jeunesse Musical Mediterranée nel 2006, dove avete ottenuto un ottimo riscontro…
«Sì, è una manifestazione che coinvolge quattordici paesi del bacino del Mediterraneo e noi abbiamo avuto l’onore di essere l’unico complesso cameristico a rappresentare i Conservatori italiani. È stata una bella opportunità, che ci ha dato visibilità e ci ha permesso di crescere musicalmente e umanamente».
E gli studi?
«La formazione individuale è una tappa necessaria. Alcuni di noi hanno scelto di perfezionarsi all’estero, ma abbiamo sempre approfittato anche delle occasioni di studio comune offerte dal Conservatorio, come la masterclass del maestro Karl Leister, storico clarinetto dei Berliner Philharmoniker».
Il Quintetto è il vostro obiettivo principale?
«Sicuramente il Quintetto ci fornisce prospettive molto interessanti, sia dal punto di vista musicale sia perché permette di coltivare il nostro rapporto di amicizia. Comunque ci piace pensare di poter tenere aperte tutte le prospettive, senza però abbandonare l’attuale formazione, alla quale teniamo molto».
Perché avete scelto il riferimento a Queneau?
«Quando abbiamo voluto darci un nome per coincidenza alcuni di noi stavano leggendo proprio testi di Queneau. È uno scrittore che amiamo molto per la sua capacità di unire leggerezza e spirito speculativo. Il suo nome evoca caratteristiche che sentiamo nostre, come l’attenzione al testo. La nostra formazione non può contare su un vasto repertorio, quindi studiare la partitura a lungo e approfondire grandi capolavori è quasi una scelta obbligata, che però ci ha dato molta soddisfazione e ci ha premiato. Nel tempo si sono stratificate grandi tradizioni esecutive che è importante conoscere ma che possono condizionare molto. Noi cerchiamo di andare oltre: partendo dal solo testo procediamo a un lavoro di “pulizia” per rapportarci in modo diretto con il compositore e operare scelte interpretative più consapevoli».
Che cosa vi diverte? Quali sono le vostre passioni?
«Fuori dal contesto strettamente musicale abbiamo passioni disparate, in sintonia con le nostre predisposizioni caratteriali: la letteratura, la filosofia, il cinema, la didattica, senza dimenticare lo sport. Chi ha detto che i musicisti debbano essere figure statiche? Secondo noi un buon rapporto con il corpo è indispensabile».
A Torino eseguite due delle composizioni più famose e impegnative per il vostro organico. Come le affrontate?
«Sono veri e propri testamenti spirituali, scritti da Mozart e Brahms nell’ultima parte della loro vita, che richiedono un grande impegno, tanto più a persone giovani come noi, lontane dalla piena maturità testimoniata da questi lavori. Con questa consapevolezza cerchiamo di affrontare le due partiture come un grande stimolo per il nostro lavoro di assieme».