Se è possibile parlare di “memoria” nel jazz – mondo musicale in cui tutto accade nel momento in cui si suona – Paul Jeffrey è forse il musicista che più di ogni altro può incarnare davanti ai nostri occhi, e alle nostre orecchie, la memoria storica del genere. Il sassofonista settantaquattrenne è stato per anni collaboratore fisso di Thelonius Monk, il “monaco pazzo” del pianoforte, e si esibirà l’8 marzo a Torino, insieme con Alessandro Collina, giovane pianista italiano formatosi a Parigi.
«Ho incontrato Paul Jeffrey nel 2002 – esordisce Collina –, mentre suonavo con la Big Band di Paolo Casati. L’idea di formare un gruppo con cui rivisitare gli standard di Thelonius Monk è venuta in modo molto naturale, perché solo lui può avere ancora quel suono secco e graffiante. Tuttavia, il progetto è partito solo l’anno scorso, nel 2007, in occasione del novantesimo anniversario della nascita di Monk».
In che modo insegna un musicista come Paul Jeffrey che, oltre a Thelonius Monk, ha conosciuto Dizzy Gillespie e John Coltrane? Un “sound” si può imparare semplicemente suonando insieme?
«Tutt’altro! Paul esige una precisione assoluta nell’esecuzione del tema. Prima di poter improvvisare liberamente deve essere chiaro ogni dettaglio sul ritmo, sull’armonia e sul fraseggio da utilizzare. Altrimenti non si va avanti. La particolarità dei temi di Monk risiede nell’assoluta regolarità della sezione ritmica. Non sentirete mai il contrabbasso “scivolare” su un accento. Questa base assolutamente regolare lascia dei “vuoti” che gli altri strumenti devono riempire, con soluzioni armoniche e ritmiche modernissime».
E queste semplici regole sono sufficienti?
«No. Certe cose vanno suonate con un americano. Solo così la musica diventa un vero grido: l’energia sofferente dei popoli di colore». (a.t.)
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