Nel marzo dello scorso anno il mensile inglese “Gramophone”, sul suo forum online, aveva ospitato un curioso scambio di idee su quale fosse la miglior musica da camera da ascoltarsi in primavera. La discussione partiva dall’asserzione che è relativamente facile individuare brani sinfonici che ci mettano in sintonia con il risveglio di colori e di profumi della natura; ma che, per la musica da camera, la scelta può diventare più difficile. E così qualcuno aveva proposto
il Quartetto “Lettere intime” di Janacˇék, qualcuno, tautologicamente,
An den Frühling di Schubert, qualcun’altro la Sonata “La primavera” di Beethoven, un altro ancora il Sestetto op. 36 di Brahms, e così via.
Mi è venuto in mente che, al di là delle ricorrenze religiose principali, per le quali è d’uso preparare una programmazione specifica – il caso delle Laudes Paschales nelle Confraternite di queste settimane ne è un bell’esempio – noi non siamo abituati a collegare stagioni e concerti, piogge e sonate, tepori e rondò.
Da un lato perché la sala da concerto e il teatro d’opera sono luoghi per certi versi magici, appartati, protetti, indifferenti allo scorrere della vita esterna, con i suoi capricci e le sue avventure. E questo, lo sappiamo, ci piace molto – tanto che continuiamo a frequentarli sapendo di trovare sempre e comunque un ristoro, una protezione, un incantamento che ci dà quella gioia speciale. Dall’altro perché la programmazione musicale è un’arte estremamente complicata, e l’incrocio delle agende, dei desideri, delle difficoltà logistiche, degli impegni economici non permette di inserire nel gioco anche la variabile stagionale.
Però, però, che cosa pensano in proposito gli ascoltatori torinesi?
Noi che abbiamo il privilegio di vivere in una città laboratorio, di godere dell’offerta strepitosa della “capitale della musica”, siamo anche interessati a cercare una coincidenza tra il dentro e il fuori delle sale oppure no? Credete che sarebbe interessante immaginare una prosecuzione della vita esterna anche quando ci si accomoda sulla poltroncina oppure è più saggio continuare a considerare le nostre sale come luoghi indenni da “contaminazioni” quotidiane?
Mi incuriosirebbe molto saperlo. Mi sembrerebbe un bel modo di dire la nostra, ancora una volta, su che cosa pensiamo che sia l’esperienza del concerto, su che posto le attribuiamo nel nostro immaginario, sul motore talvolta un po’ misterioso che continua
per fortuna a farci uscire di casa per ritrovarci tutti insieme
ad ascoltare musica.
Mi mandate un’email per dirmi la vostra?