di Angelo Chiarle
«Si mira con la mente, dov'entra per l'orecchie e non per gl'occhi. Però silenzio fate e 'nvece di vedere, ora ascoltate». Correva il 1594 allorché venne rappresentato per la prima volta L'Amfiparnaso, una comedia harmonica composta per assecondare i gusti raffinati della corte estense di Modena. Una prelibatezza per intenditori scelti, dunque, questa commedia madrigalesca, immaginifico teatro che non prevede una vera messa in scena. Un divertentissimo collage di quattordici madrigali a cinque voci.
Una sintesi-capolavoro di vivacità popolaresca e di scienza contrappuntistica, che tira in ballo le maschere della commedia dell'arte per farle cantare però nello stile più dotto. Il vecchio e avaro Pantalone con i suoi servi Pedrolino e Francatrippa, gli innamorati Lucio e Isabella, il pedante dottor Graziano, il fanfarone capitano – necessariamente spagnolo – Cardon e la cortigiana Hortensia: un intreccio di amori, gelosie e litigi, con il lieto sposalizio multiplo conclusivo di prammatica. Una trama invero un po' raffazzonata quella congegnata dal librettista Giulio Cesare Croce (niente meno), violinista e cantastorie, commediografo padre di Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno. Animata però dalla musica di frate Orazio Vecchi, capace di sciorinare un estro straordinario nell'armonizzare «lo stile serio col famigliare, il grave col faceto e col danzevole». Proprio perché di “Amfi-Parnaso” si tratta, ovvero del sacro monte consacrato al culto delle nove Muse per l'occasione con cima sdoppiata, una per la musica e l'altra per la poesia, ovvero il serio e il faceto in splendida sinergia uniti.
Diletto ed edificazione morale. Tra questi due poli spese tutta la propria vita e la propria raffinata maîtrise musicale Orazio Vecchi. Nato a Modena nel 1550, studia musica con il monaco servita Salvatore Essenga. Prende i voti entro il 1577, ma è la musica la sua missione. Entrato in contatto con importanti circoli veneziani (Andrea Gabrieli), nel 1579 pubblica un libro di Mottetti a otto voci. Lavora come maestro di cappella prima alla Cattedrale di Salò (1581-84), poi a Modena, quindi a Reggio Emilia, fino a diventare canonico della Cattedrale di Correggio nel 1586. Afflitto da perenni difficoltà finanziarie, Vecchi compone musica sia sacra sia profana. Tra 1580 e 1597 dà alle stampe sei libri di squisite Canzonette. Nel 1593 ritorna a Modena ancora in qualità di maestro di cappella. La sua carriera comincia a decollare un po' cinque anni dopo, allorché il duca Cesare d'Este lo nomina maestro di corte. Ma nel 1600 il di lui fratello, il neo-nominato cardinale Alessandro d'Este, dedicatario della sontuosa edizione illustrata dell'Amfiparnaso stampata nel 1597, lo chiama a Roma. By the way ha modo di assistere a Firenze alla prima dell'Euridice di Jacopo Peri nell'ottobre 1600. L'anno dopo l'imperatore Rodolfo II lo vorrebbe come successore di Philippe de Monte, ma le cattive condizioni di salute lo costringono a rinunziare al prestigioso incarico alla corte di Vienna. Nel 1605, infatti, il musicista, amareggiato e povero, si spegne nella sua Modena.
Personalità poliedrica e ricca di interessi, Vecchi possedeva una freschezza inventiva strepitosa, come attestano, per esempio, i capricci, balli, arie, giustiniane, canzonette, fantasie, serenate, dialoghi, villotte, battaglie raccolti nella Selva di varia ricreatione (1590). Ma la stessa vitalità si coglie nella ricca produzione sacra di mottetti, messe e magnificat. A questo va aggiunta la profonda sapienza teorica di un polifonista autore anche del trattato di armonia Mostra delli Tuoni. L'Amfiparnaso, per conto suo, è la sublime dimostrazione del livello massimo di espressione degli «affetti delle parole» cui si poteva addivenire utilizzando il linguaggio della polifonia madrigalistica del XVI secolo. Un niente prima del melodramma.