Intervista
di Andrea Malvano
Luisa Anzolin ha intrapreso una sfida: dominare uno strumento che la tradizione esecutiva ha voluto affidare agli uomini. Già, perché la tromba è da sempre cosa da maschi: lo dicono le ritirate in caserma, i nomi dei grandi jazzisti, le file delle grandi orchestre sinfoniche. Una tromba affidata a una donna è come un'arpa tra le mani di un uomo: non si usa. Inutile cercare un motivo fisiologico preciso; la consuetudine ha instaurato una tendenza, e hai voglia a tentare di deviarne il corso. Poi, però, ci sono le eccezioni, coloro che si innamorano di uno strumento "proibito", infischiandosene delle convenzioni. Proprio quello che è successo a Luisa Anzolin, che fin da piccola non ha saputo resistere al fascino di quell'ottone squillante. E così ecco la sfida: prima il diploma al Conservatorio di Torino nel 2002, poi corsi di perfezionamento con Gabriele Cassone, Edward Tarr, Roger Webster, quindi – grazie a una borsa di studio della De Sono Associazione per la Musica – il master of music al Chicago College of Performing Arts, sotto la guida di Channing Philbrick.
Luisa Anzolin, com'è nata la sua passione per la tromba?
«Da ragazzina ho cominciato a suonare nella banda, quando avevo dieci anni. Mi piaceva molto il suono della tromba, e poi mi divertivo: non ci ho pensato molto, è stata una scelta impulsiva. In Italia è uno strumento poco diffuso tra le donne, ma già negli Stati Uniti le cose sono diverse».
Ecco, parliamo della sua esperienza a Chicago.
«Per me è difficile fare un paragone tra i due sistemi didattici: in Italia ho studiato da privatista. Diciamo che negli Stati Uniti il Conservatorio è più un'università, con molti corsi interdisciplinari da seguire. Si fa molta musica da camera e gli insegnanti sono tutti musicisti in carriera. Ad esempio Channing Philbrick, il mio docente, suona alla Lyric Opera di Chicago. Forse c'è più concorrenza, ma l'ambiente è molto disteso. Mi ha colpito il peso che già in Conservatorio viene dato alla musica leggera: d'altra parte chi suona un ottone molto probabilmente suonerà musica da film».
Com'è la vita musicale a Chicago?
«Molto diversa. Innanzitutto si studia musica nelle scuole superiori: nelle bande o in orchestra. E poi la pratica amatoriale è molto più diffusa. Le orchestre stabili sono meno, e poche programmano una stagione lunga: il Teatro di Chicago lavora solo sei mesi all'anno. Questo, forse, perché c'è una fascia intermedia tra i professionisti e i dilettanti che contribuisce attivamente alla vita concertistica della città. La scuola musicologica è illustre, ma tutto sommato la preparazione degli interpreti è simile alla nostra».
Le piace suonare in orchestra?
«Sí, certo, ho suonato nelle orchestre di Chicago, con l'Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai, con l'Orchestra Filarmonica del Veneto. Ma mi interessa anche molto l'ambito cameristico: mi sembra più vivace e denso di iniziative interessanti. Per ora non penso a un'orchestra stabile: non mi dispiace l'idea di confrontarmi con diverse realtà, per non vincolarmi a nessun repertorio specifico».
Come ha scelto il programma per la De Sono?
«Ho pensato di proporre per una volta un programma misto, a metà tra la musica colta e il jazz: con i gruppi di ottoni succede spesso. Accanto a Hindemith e Françaix, un autore come Allen Vizzutti, trombettista e compositore americano: scrive musica molto originale, ma nello stesso tempo easy. E anche Michael Davis, tutto sommato, è un musicista che costeggia molto da vicino il jazz. Gli standards che chiudono il programma sono arrangiati da Joseph Burnam e Monica Natali».
Progetti per il futuro?
«Sicuramente qualche altro concerto con il trio, un grande impegno in ambito cameristico, gli studi con Gabriele Cassone per il biennio di specializzazione in Conservatorio, e poi… vedremo: non voglio fare progetti a lungo termine».