novembre 2008

sistemamusica


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Come ci siamo ridotti!

di Federico Capitoni

hamburgerViviamo in un mondo compresso, di mp3, di frequenze tagliate. L'epoca del digitale ci ha spiegato che non c'è bisogno di certe cose, che possono eliminarsi effetti ridondanti, inutili, che occupano soltanto spazio. Anche nell'informazione è così: il web ci costringe a scrivere e a leggere poco; notizie brevi, concise. Blog. Ma questa "pulizia" riguarda a dire il vero quasi sempre gli estremi. Le frequenze altissime e quelle bassissime, nel campo dell'audio digitale, l'estrema destra e l'estrema sinistra nel Parlamento, la musica contemporanea e quella antica nelle stagioni concertistiche.

Il risultato è che ci sia una densità eccessiva nei campi centrali e che si perdano sfumature, caratteri e diversificazioni. E questo si riscontra anche nelle attuali opere d'arte. Opere in cui forma e contenuto sono interdipendenti e in cui la quantità ha a che fare spesso con la qualità. Il problema, se è un problema, è che non si tratta di forme brevi, di miniature, come un racconto di Carver o un preludio di Chopin, ma di oggetti compressi, ridotti, come i Bignami.

In poco tempo - quello che è bastato ai nuovi mezzi di comunicazione, a partire dalla televisione - la nostra forma mentis è cambiata adeguandosi al consumo rapido che ha costretto il creatore a lavorare con molti strumenti (un bene), ma in maniera più superficiale (un male).
Nessuno scrittore oggi si servirebbe di tutti quei personaggi che usò Tolstoj per Guerra e pace, né un compositore sfiderebbe un uditorio con una sinfonia di scrittura mahleriana.
Non tanto perché privo dei mezzi culturali (anzi, spesso ne è sopraffatto), quanto perché non troverebbe il ricettore adatto.

In realtà ci sarebbe da riflettere se ce ne sia ancora bisogno. Se questo si riveli un cattivo investimento per il nostro futuro intellettuale e culturale o se sia una naturale evoluzione umana destinata a darci altre soddisfazioni, come la comprensione della multimedialità, il progressivo ridursi della distanza tra autore e fruitore, la completa assimilazione, insomma, della tecnologia. Il che ci abitua a una complessità differente da quella delle opere monumentali della musica o della poesia. E cioè a quella di saper stare in mezzo alla nuova comunicazione artistica, di saper ricevere i messaggi metatestuali, di saperli gestire.

Se le forme brevi sono un grande esempio di densità e di concentrazione poetica, il pericolo è costituito dalle forme semplici, tipiche della tradizione popolare, utili e belle, ma che nascondono l'insidia della facile assuefazione. Poi è difficile, infatti, ritornare alla complessità. Diventa difficile persino riconoscerla.

Di che cosa non siamo più capaci allora? Di creare e recepire i classici? Sì, se riteniamo classico un risultato artistico e intellettuale dalle caratteristiche di complessità dei capolavori che ben conosciamo. Ma siccome oggi Yesterday dei Beatles è un classico in misura maggiore di quanto lo sia una Sequenza di Berio, c'è da accettare che una certa leggerezza - che non implica la superficialità - costituisca il presupposto della nuova cultura. Composta non di intensità, di sviluppi da un'unica cellula, ma di sincretismi, di miscugli e sovrapposizioni su quella cellula semplice.
Quindi, se la musica classica è fatta di sinfonie e sonate ricavate da un grappolo di poche note, una hit della musica pop aggiunge a quelle poche note un videoclip (di per sé una forma breve, ma con un dignitoso grado di complessità), un abbigliamento stravagante, un piccolo scandalo per alimentare il gossip.

Ne esce un prodotto sintetico ed eccezionale che se però viene spogliato dei suoi elementi, mostra tutta la debolezza e la pochezza che gli stessi componenti hanno se presi da soli. Come per il panino del fast food, che per mangiarlo ha bisogno - appunto - di essere compresso,  schiacciato per bene.