Qualche giorno fa, dopo un concerto in cui si presentavano arie d'opera in trascrizioni strumentali,
mi si è avvicinato un signore, visibilmente soddisfatto, che mi ha detto: «Sa, oggi ho finalmente potuto apprezzare Puccini! Sentire la sua musica cantata mi ha sempre disturbato, ma ora che l'ho ascoltata dai soli strumenti, sono riuscito a godermela».
È chiaro che in un'affermazione come questa c'è del paradosso: come si può pensare di apprezzare "finalmente" una musica soltanto se la si ascolta trasformata?
Ovviamente a quel punto si sta apprezzando altro, non la composizione originale. E però, nel garbuglio di significati e posizioni che si nascondono là sotto (che cos'è la musica in sé? le trascrizioni tradiscono o traducono?), risiede una percezione da molti condivisa: la musica classica abita un territorio astratto, defisicizzato, dove le tracce di ciò che è più marcatamente umano devono cedere il posto a una loro trasfigurazione, a un loro smarrirsi a favore di suggestioni, idee, concetti; a favore di valori, cioè, che qualcosa come la nostra voce non può "sporcare".
Ciò che esce dall'ugola, dicono, porta con sé troppa vita, troppe storie: è infatti a lei che si affida il teatro musicale, dove tutto questo può essere portato in scena. Sono invece gli strumenti a potersi librare leggeri sopra la quotidianità, per trasportarci in territori lontani, indefinibili, misteriosi.
Personalmente non ho questo problema: adoro la voce in sala da concerto quanto la adoro all'opera; però capisco il cuore e il cervello di chi invece si sente turbato dalla sua presenza mentre sta seguendo un'armonia, un contrappunto, un impasto timbrico, una linea melodica: l'ascolto si modifica, dentro di noi accade qualcos'altro, la percezione muta, tanto che, per chi si riconosce in quella posizione, la più estenuante maratona quartettistica va giù come un bicchier d'acqua mentre una breve serata liederistica diventa un tormento.
Voi che cosa ne pensate?
Nicola Campogrande