Se, come scrive Gillo Dorfles nel suo ultimo libro, viviamo in una «civiltà del rumore», in cui gli oggetti, le informazioni, le sollecitazioni sensoriali – visive, auditive, tattili – si moltiplicano in maniera inarrestabile, Grigory Sokolov è una personalità tutt'altro che updated, anzi di lui colpisce un'aura particolare che lo colloca fuori dal tempo.
Per salvaguardarsi da quel senso di indifferenza che rende sensi e intelletto incapaci di accorgersi dei fenomeni che, in tutti campi, si manifestano con una velocità e in una quantità eccessive, l'unico antidoto è recuperare (sempre secondo Dorfles) l'«intervallo perduto», un'oasi di sospensione dai rumori di diversa natura.
Proprio il silenzio e la solitudine diventano elementi costanti nella vita di Sokolov fin dall'infanzia, da quando, a sette anni, venne ammesso a una scuola per bambini dotati. Questa condizione – problematica o addirittura penosa per i più – ha assecondato una personalità incline all'introspezione e allo sviluppo di una sorta di difesa immunitaria dalla mondanità, sia quella più irritante dello star system, sia quella utile e talvolta necessaria delle interviste (che concede con estrema parsimonia), del dialogo con le istituzioni musicali e delle incisioni discografiche, alle quali riserva esclusivamente una marginale funzione documentaria.
Sokolov sembra aver trovato la sua identità nella tensione constante e tenace verso un obiettivo mai raggiunto: l'essenziale. Coerenti e coraggiose le sue scelte: non presentare più di due programmi l'anno, con una selezione molto ristretta di autori (quelli prediletti ultimamente sono Mozart e Chopin), evitando i “troppo muscolosi” Liszt e Wagner, che detesta, e poi diminuire gli impegni con le orchestre per prediligere situazioni più raccolte, dove sia possibile suonare solo e a contatto con il pubblico, dal quale le esecuzioni di Sokolov pretendono l'esercizio fuori moda di una profonda concentrazione.
La via del silenzio lo ha condotto sulle vette del pianismo internazionale e il Premio «Arturo Benedetti Michelangeli» (conferitogli lo scorso maggio) ne conferma le qualità di «esegeta inflessibilmente teso nel catturare il pensiero e le intenzioni dei grandi protagonisti della storia e nel restituirli con un alto magistero d'arte». (l.b.)