ottobre 2008

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L'anima russa di Valerij Gergiev

di Marina Pantano

Valerij GergievValerij Gergiev non è solo uno dei più grandi direttori del mondo che, come tratto distitivo, sfodera a fianco delle indiscusse qualità musicali straordinarie doti manageriali: la sua capacità di visione, alimentata dallo spirito di un radicale nazionalismo, sembra anche incarnare l'anima della sua terra e con ciò pare additarci le altre grandi storiche figure del mondo musicale russo. Quando dichiara «...questo è un grande posto per la musica. Per il mio gusto è il migliore teatro d'Europa. Se hai il Kirov è inutile andare a dirigere altrove. Perché vorrebbe dire non avere un'orchestra che suoni il tuo suono, che abbia il tuo spirito, un gruppo di persone che condivida le tue idee...», richiama alla mente le parole di Glinka che, in viaggio per l'Europa, negli anni Trenta dell'Ottocento in solitario percorso di iniziazione, scriveva «...la nostalgia della patria mi condusse gradualmente al proposito di scrivere in modo russo».

Quando, agli inizi del suo mandato al Mariinskij, con pura e turbolente audacia, si è gettato a capofitto in imprese epiche come la riproposizione della mastodontica versione in cinque ore della Khovanchina di Musorgskij, oppure la realizzazione di festival monografici dedicati a compositori russi del passato, Gergiev è sembrato condividere l'amore e l'opera di diffusione che Rimskij-Korsakov aveva nutrito e intrapreso, nella seconda metà dell'Ottocento, nei confronti delle opere dei propri compatrioti, consapevole di quanto fosse importante l'integrazione tra nazionalismo e cosmopolitismo e, allo stesso tempo, la costruzione e la difesa di una solida tradizione autoctona, per rinnovare e rivitalizzare l'identità russa. Quando ha portato alta la bandiera in difesa della cultura e dell'arte di fronte al disinteresse e al burocratismo della classe dirigente, o quando ha rinnovato un'intera cultura teatrale e ha forgiato lo stile dell'Orchestra del Teatro Mariinskij, impregnandola della sua severa etica del lavoro, ha fatto rivivere alla risorta San Pietroburgo la sua fervida primavera romantica, animata allora da Balakirev e dal suo Gruppo dei Cinque.

Inevitabile è anche il parallelo con Musorgskij e Stravinskij, per il comune forte individualismo, per il radicalismo e l'isolamento del primo in alcuni atteggiamenti, per l'eclettismo e il sarcasmo come per il conservatorismo e al contempo l'estrema attualità del secondo, per quella luce selvaggia e luciferina che attraversa lo sguardo, o per la fisionomia primitiva e barbarica, che è anche di tanti ritmi stravinskijani e che ha guadagnato a Gergiev la definizione di "demoniaco re della buca".
Nel suo nuovo appuntamento con Torino, al Lingotto, ci propone ancora una volta un panorama sonoro che ripercorre i vasti orizzonti della Russia, che in Occidente raggiunge il cuore dell'Europa, ma a Est confina con le fantastiche lande delle Mille e una notte. Che a Ovest si illumina di San Pietroburgo, costruita da architetti italiani, mentre in Oriente delle cupole bizantine di Mosca. E a Sud risuona di tartari e cosacchi.

Si comincia quindi con il brio e il fuoco dell'Ouverture dalla fiaba Ruslan e Ljudmila (1842) di Mikhail Glinka, il "padre" dell'opera russa; segue il piglio baldanzoso e virile, appassionato e lirico della Seconda sinfonia (1869-1876) di Borodin, musicista istintivo e puro, colto e moderno, affascinato dall'Oriente e inguaribilmente romantico. Poi, l'Ouverture da La sposa dello Zar di Rimskij-Korsakov, una delle sue opere meno riuscite, ma comunque magnifico campionario artigianale e infine, inevitabilmente, i miti pagani dell'antichità russa rivissuti con sensibilità moderna da Igor Stravinskij nella sua Sagra della primavera (1913).




lunedì 20 ottobre
Auditorium del Lingotto
ore 20.30
I Concerti del Lingotto

Orchestra
del Teatro Mariinskij
di San Pietroburgo

Valerij Gergiev
direttore

Glinka
Ouverture da
Ruslan e Ljudmila

Borodin
Sinfonia n. 2
in si minore (Eroica)

Rimskij-Korsakov
Ouverture da
La sposa dello Zar

Stravinskij
Le sacre du printemps