ottobre 2008

teatroregiotorino


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Medea
Tra cinema e teatro, la tragica storia di un mito antico

di Luca Scarlini

medeeMedea è il personaggio più difficile da rappresentare nel grande repertorio dell'antichità, perché il suo destino è quello di rompere un tabù spezzando il nesso principale di ogni società: la relazione madre-figlio. Il delitto perpetrato dalla maga della Colchide annulla ogni riconosciuto legame biologico e sostituisce l'ira al pulsare della maternità. Per questo essa risulta particolarmente seducente per i drammaturghi e non si contano, infatti, le versioni teatrali e cinematografiche di questo mito di passione e vendetta, che ha visto, dopo i due capolavori assoluti di Euripide e Seneca, tra l'altro in ordine sparso, le realizzazioni, tra loro diversissime, di Pierre Corneille, Franz Grillparzer, Robinson Jeffers, Maxwell Anderson, Corrado Alvaro, Pier Paolo Pasolini, Max Rouquette, Arturo Ripstein e di moltissimi altri tra i maggiori scrittori dell'Occidente.

L'opera ha prodotto un catalogo meno fitto, ma comunque sempre nutrito, tra il notevolissimo Giasone di Francesco Cavalli (1649), la magnifica Medée di Marc-Antoine Charpentier (1694) e le ottocentesche versioni di Giovanni Mayr (Medea in Corinto, 1813) e Giovanni Pacini (1843). La versione per eccellenza è però quella di Luigi Cherubini, capolavoro oscuro nato dopo gli anni del Terrore giacobino, che qui sembra far sentire il proprio peso. Un melodramma pervaso da una riflessione sugli aspetti imponderabili della psiche, presentato a Parigi in francese nel 1797 e poi a Vienna in italiano nel 1802. Il tutto secondo un percorso complesso di tagli e rimaneggiamenti, che vide inizialmente nella versione originale una stesura in alternanza di prosa e canto, secondo le regole dell'opéra comique, con il testo di François-Benoît Hoffmann e poi una aggiunta di musica per i recitativi da parte di Franz Paul Lachner nel 1854, in occasione della prima a Francoforte e ulteriori rimaneggiamenti a inizio Novecento a cura di Carlo Zangarini responsabile di una completa rivisitazione del libretto. Senz'altro la ricezione del lavoro fu più positiva nel mondo tedesco, dove tra gli estimatori si contavano personalità come Brahms, Wagner, Weber, e dove Cherubini ne vantava uno del calibro di Beethoven.

Fin dall'inizio fu chiaro che si trattava di un titolo per interpreti temperamentose, come lo fu alla prima Julie-Angélique Scio, cantante-feticcio del compositore fiorentino, che la volle anche in Elisa e ne Les deux journées ou Le porteur d'eau. L'appuntamento di mezzanotte fu però ovviamente l'incontro con Maria Callas, che a Firenze nel 1953 fece di questo personaggio una rivelazione per il pubblico del dopoguerra, sullo sfondo delle scene surrealiste rosso sangue di Lucien Coutaud illuminate lividamente da André Barsacq, suscitando negli anni seguenti un furibondo dibattito sulla classicità in cui intervennero intellettuali come Ettore Paratore e Mario Praz, scesi in campo a difendere una interpretazione e un'idea di cultura, in occasione delle rappresentazioni romane. Centrale era proprio l'idea di ridare vita a questo lavoro per molto tempo considerato morto, con una presenza che rifiutava la dimensione da fregio, per cimentarsi con l'esplorazione di quei "gorghi freudiani" che Alberto Arbasino esaminò magistralmente, indagandone i risvolti più sottili, nel suo capitale Anonimo lombardo (1959) che a questa interpretazione si connette inestricabilmente.

Il primato fu della Callas fino alle sofferte rappresentazioni alla Scala dirette da Thomas Schippers nel 1961. In seguito il personaggio fu appannaggio anche di molte altre primedonne, che sono state sedotte dalla forza dei contrasti emotivi rappresentati magistralmente da Cherubini: tra le altre spiccano Leyla Gencer (unica a interpretare anche Pacini in un ciclo di rappresentazioni al San Carlo), Gwyneth Jones, Sylvia Sass, Shirley Verrett, Dimitra Theodossiou e Anna Caterina Antonacci, protagonista di questa edizione.